Gioco
Il corteo spezzato in due e il questore grida: «Ma chi ha ordinato di caricare qui?»
Al G8 da cronista nella giornata di sabato 21 luglio in una città carica di violenza che si scoprirà organizzata
il racconto
Se chiudo gli occhi il flashback di quell’estate 2001 ha due colori: nero e rosso. Il nero delle divise, integrali e antisommossa sul Lungomare di Genova e quello del Motorola con tanto di antenna che tengo in mano, da collaboratrice di Controradio Firenze, in mezzo agli scontri; e il rosso del sangue, dopo i colpi di manganello, ma anche quello delle bandiere e dei fazzoletti bagnati, premuti sul visto per trovare un respiro in mezzo ai lacrimogeni. È una Genova surreale, quella che accoglie i manifestanti al mattino di sabato 21 luglio. Il giorno prima piazza Alimonda è stata il teatro della morte di Carlo Giuliani; il giorno dopo, in tanti tra coloro che arrivano da tutta Italia sono a Genova per ribadire il diritto a manifestare, anche di fronte ai grandi del pianeta il cui summit ha blindato il capoluogo ligure insegnando agli italiani il concetto di “zona rossa”. Manifestare contro il G8 e i suoi contenuti, contro la città blindata, ma anche per ribadire che no, quei giovani che tutto vanno fracassando, non sono parte della protesta. L’aria è sospesa, nel caldo di luglio dove si consuma il lutto: quello per la morte di Giuliani, ma anche quello per una democrazia che appare sospesa come chi è in piazza sa solo dai libri di scuola. Quando il corteo si muove, lo spirito che lo attraversa è quello di una folla pacifica che vuole riempire con la propria forza e il proprio dolore ogni angolo di Genova.
Le notizie che gli scontri sono ripresi serpeggia nel corteo che sfila verso Marassi, dove è prevista la conclusione. La tensione è altissima e gli echi delle cariche si fanno sempre più vicini, mentre il fumo dei lacrimogeni avvolge i manifestanti, pacifici, con il corteo spezzato in due dalle forze di polizia. Non resta che cercare di sottrarsi dal Lungomare: ci sono i giardini, gli scogli e poi il mare, anche quello pattugliato in lungo e in largo. Per prendere fiato indietreggiamo fin oltre il verde, fino sugli scogli. Tra noi e le cariche si frappongono Paolo Ferrero, all’epoca membro della Segreteria nazionale di Rifondazione, e Luisa Morgantini, parlamentare europeo dello stesso partito. A un certo punto sembra che la trattativa possa andare a buon fine e i manifestanti iniziano a risalire dal mare, attraverso i giardinetti, nel tentativo di raggiungere nuovamente il Lungomare e da lì fare ritorno ai pullman, ai treni. Ma non si fa in tempo a rimettere piede sulla strada che la carica ricomincia. Ed è un attimo: sgommando un’auto inchioda in mezzo alla nebbia del lacrimogeni e ne esce un uomo, senza divisa, ma con la giacca e la cravatta allentata sulla camicia stropicciata: «Chi cz...o ha ordinato di caricare qui», grida quando è ancora mezzo dentro l’auto, una mano sullo sportello». Ho il telefono in mano, racconto in diretta, la maglietta rossa inzuppata d’acqua. Chiedo a qualcuno di chi si tratti e la risposta spezza il fiato più del fumo dei lacrimogeni: il Questore di Genova. La situazione è del tutto fuori controllo. —
Donatella Francesconi
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