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25 anni fa l'alluvione in Versilia: la morte e una terra sfigurata
Nella vita c’è un prima e c’è un dopo. Sempre. Vale per gli uomini, vale per le comunità. In Versilia e in Garfagnana il prima e il dopo sono separati da una data maledetta: mercoledì 19 giugno 1996. Il giorno dell’alluvione che cancellò vite, annientò paesi, stravolse il paesaggio. Giulia e Alessio, due bambini, le vittime più giovani delle quattordici di quella valanga d’acqua e pietre che 25 anni fa inghiottì Cardoso e cambiò la storia di un territorio, io non li ho dimenticati. Come non ho dimenticato uno zio di Giulia che telefonò al Tirreno per raccontare d’aver perso una nipotina di quattro anni a Cardoso. Ecco, fu in quel momento che noi cronisti capimmo quali dimensioni avesse il disastro che s’era abbattuto sulle nostre montagne. Non si trattava più soltanto di allagamenti, frane e strade interrotte. No, c’era qualcosa di molto peggio: un paese cancellato, famiglie distrutte. Uomini, donne, bambini strappati alla sicurezza delle loro case dalla furia delle acque. «Venga a trovarmi, voglio che la ricordiate sul giornale», mi disse lo zio di Giulia. Andai a casa sua e ascoltai la disperazione di quell’uomo. In prima pagina pubblicammo una foto di Giulia scattata il giorno del compleanno: lei soffiava sulle candeline. Lo zio di Giulia non l’ho più rivisto, ma non dimentico i suoi occhi rossi di pianto. Giulia Macchiarini e Alessio Ricci: lei aveva quattro anni, lui nove e aveva fatto la prima comunione il 9 giugno, dieci giorni prima di morire. Oggi, se quella maledetta alluvione non ci fosse stata, Giulia avrebbe 29 anni, Alessio 34.
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QUELLA MATTINA
Eravamo in due la mattina del 19 giugno: io e Giovanni Lorenzini, un collega della Nazione. La sera prima eravamo stati a cena a Viareggio con un funzionario della polizia di Stato. «Dottore, che colore strano ha il cielo stasera», aveva detto Giovanni al commissario prima di entrare nel locale. C’erano nubi scure, scurissime. Forme inquietanti. Come un cattivo presagio. La mattina dopo pioveva. Dal “giro di nera” erano emersi gravi problemi per il maltempo in Alta Versilia. Partimmo per Pontestazzemese. Vedemmo strade allagate, frane, alberi caduti. Vigili del fuoco e volontari erano già al lavoro. Continuava a piovere, il peggio doveva venire. Arrivò nel primo pomeriggio quando Cardoso fu spazzato via. La sera, al momento di chiudere il giornale, si contavano sei vittime. Era una stima sbagliata: il numero dei morti sarebbe salito nei giorni successivi.
L’OBITORIO
Ricordo l’arrivo dei parenti al cimitero di Viareggio dove erano state portate alcune salme. Mariti, fratelli, sorelle e figli arrivavano alla spicciolata, i volti stravolti. Una processione del dolore.
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Un giovane non riconobbe il corpo di una familiare. La sua mente si rifiutava. Lui uscì dalla stanza dov’erano state composte le salme. Scuoteva la testa. «Non c’è», disse. Non era vero. Dovettero accompagnarlo una seconda volta a fare il riconoscimento. Il maresciallo Giulio Lazzeri era nei pressi della stanza mortuaria e non riusciva a darsi pace. «Che tragedia», ripeteva come un mantra.
LE FAMIGLIE DELLE VITTIME
Cercammo le foto delle vittime in quei giorni. E le loro storie. Ricordo i parenti che ci accoglievano in casa e cominciavano a raccontare, aprendoci il cuore e restituendo pezzi di vita di chi non c’era più. Come se fissare sulla carta le biografie dei loro cari servisse in qualche modo ad alleviare lo strazio. Una sera un tg nazionale lanciò in apertura la notizia che a Cardoso una persona era stata ritrovata viva. Poco dopo si seppe che non era vero, purtroppo. Per i familiari di chi era disperso fu come accendere una speranza e poi rispegnerla. Aggiungendo dolore a dolore.
LASSÙ VEDEMMO
Il 29 giugno era sabato. Io e Fiorenza Ferretti, una cronista che se n’è andata troppo presto, salimmo a piedi fino ai luoghi del disastro. Ci fece da guida l’alpinista Stefano Funck. Il volto delle montagne era cambiato. Scrisse Fiorenza sul Tirreno del 1° luglio: «Sopra Cardoso, sulle pendici della Pania, del Corchia, del monte Forato, si vedono i segni dell’aggressione. Sembrano unghiate lasciate da un mostro gigantesco che si è portato via pezzi di montagna, raschiando la vegetazione. Terra, sassi, alberi hanno iniziato a rotolare a valle spinti dalla pioggia. Dieci, venti, trenta, un numero imprecisato di frane si sono staccate dalle pendici dei monti, quel 19 giugno, a 50-100 metri di distanza l’una dall’altra».
SCAMBIATI PER MEDICI
Arrivando nei paesi devastati, capitò che gli anziani ci scambiassero per medici e rimanessero delusi. Ma, disse una donna, «è bene che arrivino i giornalisti perché qualcuno la nostra disgrazia la deve pur raccontare». Lei aveva perso la casa e ci descrisse cosa aveva vissuto in quei giorni come se si liberasse di un peso troppo grande.
I FUNERALI
A Pietrasanta il giorno dei funerali la chiesa di Sant’Agostino era stracolma, la piazza anche. Celebrava la messa monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa: «Come può essere accaduto che le nostre montagne, le stesse che in passato davano da vivere a paesi interi, siano diventate minacciose e ostili?». E poi, rivolto ai familiari delle vittime: «Se questi morti potessero parlare, vi direbbero di raccogliere tutte le forze per continuare a vivere». --© RIPRODUZIONE RISERVATA
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