Gioco
Via al nuovo esame di maturità primi brindisi dopo tanta ansia
Marta: «Ringrazio i professori per avermi trasmesso il grande amore per gli studi classici» Lara: «Prepararsi in Dad mi ha procurato un po’ più di stress. E stanotte ho dormito pochissimo»
Viareggio. La maturità tre giorni dopo il vaccino. «Ma ero molto più in ansia per la prova orale», ammette Marta Francesconi (5 C del liceo classico) mentre nel cortile interno del Carducci condivide con famiglia e amici il sollievo che segue l’ultima fatica del quinquennio, appena terminata. Tiene stretto tra le mani un bouquet di fiori, primo regalo di chissà quanti, e ripercorre ciò di cui ha discusso durante il colloquio, riconosce che è andata «abbastanza bene» e che la Dad, no, alla fine «non è stata un problema». Merito dei professori, da ringraziare «per avermi tramesso il grande amore per gli studi classici». Lascia «una scuola meravigliosa, che consiglierei a tutti».
A Teresa Lucarini (5 D del liceo linguistico) dispiace «che sia finita così», dove il disappunto non è certo legato all’esito dell’esame («Confido di ottenere un bel voto») bensì per lo sviluppo del biennio conclusivo inficiato dalla pandemia. «Questa è una scuola faticosa, ma io ci venivo volentieri. La Dad funziona e consente comunque di imparare. È però difficile restare sempre concentrati, restando a casa. Più di tutto, mi sono mancate le relazioni umane». La serenità, nel volto e nel tono della voce, è piacevole conseguenza della soddisfazione, sua «ma anche dei professori», per un maxi-orale «andato benissimo: ero preparata, durante l’anno ho sempre studiato».
Il bicchiere con dentro un po’ di spumante sollevato davanti al cancello d’ingresso della scuola – il Barsanti e Matteucci – che da ieri non è più la sua: è l’istantanea di (e con) Lara Davini (5 E del liceo scientifico), ora finalmente tranquilla. «Stanotte (ieri notte per chi legge) ho dormito pochissimo». Per lei lo studio non è mai stato motivo di preoccupazione, «ma preparare l’esame in Dad mi ha procurato un po’ più di stress. Pur impegnandomi, seguire le lezioni a casa o in aula non è certo identico». E anche se il pensiero è già rivolto al futuro, «nel settore artistico, probabilmente a Firenze», il passato non lo dimentica. Non può, né vuole. «In questa scuola ci si sta bene. Il preside (Andrea Menchetti, ndr) è una persona davvero in gamba».
Laura Da San Martino, sua compagna di classe, si sofferma invece sui professori, alcuni in particolare. Quelli con cui, durante la Dad, «il rapporto si è intensificato: uno in particolare ci telefonava al di fuori degli orari di lezione per tenerci su di morale». Sentirà la mancanza della scuola, non ha problemi a confessarlo. «Io sono stata fortunata se penso alla mia classe». Pur ritenendo «una buona cosa» l’aver sostenuto l’esame in presenza, resta il rammarico per un anno «volto solo allo studio, privo della parte spensierata».
Per Diego Paganelli (5 A liceo scientifico), la prova orale si è rivelata meno insidiosa del previsto. «Pensavo peggio, i docenti mi hanno trattato come un angioletto», scherza delineando un contesto favorevole nel quale culminare un percorso didattico che la pandemia ha reso gravoso dal marzo di un anno fa. «È stato il periodo più difficile. A casa la voglia di mettersi a studiare scarseggiava, con il ritorno in classe la media si è rialzata. L’approccio allo studio tra una condizione e l’altra non è paragonabile». Se le ricorderà queste settimane, coi compagni in aula, a prescindere dalla didattica. «Resteranno indelebili, sul piano umano. I mesi della pandemia mi hanno fatto comprendere l’importanza delle relazioni, che prima credevo fossero la normalità».
Un anno «brutto», lo bolla senza remore Matilde Fulceri (5 D del liceo scientifico), proprio per l’impossibilità di viversi appieno ciò che per normalità dovrebbe caratterizzarlo, «come la gita». E la Dad? «Male. Un disastro». Eppure al colloquio si è presentata quasi con il massimo dei crediti. «Mi ritengo soddisfatta. I professori si sono mostrati comprensivi, anche perché gli argomenti da studiare erano parecchi». Ma per la maggior parte degli studenti, il problema non è stato il “quanto”, semmai il “dove”. —
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