Sicurezza
«Ai colloqui chiedono il lavoro di mio marito e se mi candiderò»
La voce di Serena Sechi, vice segretaria del Partito democratico di Camaiore
la testimonianza
Qualche mese fa aveva raccontato la sua esperienza – comune a quella di migliaia di donne – di professionista e madre alla ricerca di un lavoro che si sente chiedere tutto quanto può riguardare l’avere figli e niente sulla professionalità. Oggi Serena Sechi, vice segretaria del Partito democratico di Camaiore e membro della Direzione del Pd Versilia, torna a intervenire sulla questione lavoro di cui tanto si discute in questi giorni. E lo fa, di nuovo, partendo dalla propria esperienza.
«Si parla tanto, nelle ultime settimane, di mancanza di personale e di orari di lavoro e salari anticostituzionali, contratti inesistenti o di facciata, assenza di giorni di riposo settimanale. Vi invito a fare un passo indietro e ragionare sui colloqui di lavoro che spesso ci ricordano (se mai ce ne fosse bisogno) che il concetto di lavora-consuma-muori è ancora alla base della nostra società, nutrito e accompagnato da discriminazioni, tante. Quelle fra generi sono quelle che emergono più frequentemente e con sorprendente normalità».
Ed ecco che a un colloquio ci si sente chiedere: «Quanti anni abbiano i propri figli; se qualcuno starà con loro in assenza della mamma occupata a lavorare; se sarà un problema la loro gestione una volta intrapreso un certo percorso professionale; cosa ne pensi il marito della possibilità di lavoro nell’azienda in questione; che lavoro faccia il marito; perché “non si aiuti” il marito invece di cercare un lavoro proprio». E non finisce qui, perché seguono – continua Sechi – «le domande assurde, come se fossero fatte per conoscere meglio la persona. Ma che sono solo inadeguate. Come sentirsi chiedere se alle prossime elezioni si abbia intenzione di candidarsi per il proprio partito al consiglio comunale; se si faccia campagna elettorale attiva in tempo di elezioni visto che si è politicamente impegnati; cosa si sceglierebbe fra lavoro e politica; quante riunioni politiche si faccia durante il mese e durante la settimana». Tutte domande «che riguardano la sfera privata ed ambiti che in alcun modo hanno attinenza con un colloquio di lavoro, espresse come fossero lecite e rivolte con una nonchalance che imbarazza per loro. Far presente che non sono da fare e sentirsi rispondere in molti casi : “Lo so, ma poi mi chiederanno se gliele ho chieste”. Potrei scriverci un libro sulle domande inopportune, sessiste e discriminatorie che mi sono state poste in questi anni durante i colloqui di lavoro che ho affrontato».
Dunque, «va cambiata la mentalità: finché saremo un anello della catena “lavora-consuma-muori” saremo mezzi per ottenere profitto e quindi solo veicoli, soli oggetti. Verremo considerati e trattati come forza lavoro nella sua accezione più negativa e spersonalizzante. L’oggettivazione delle persone è una caratteristica subdola della nostra società perché patriarcato e capitalismo vanno a braccetto nutrendosi uno dell’altro. È un circolo vizioso al quale porre fine. So che esistono realtà vergognose, ma anche realtà oneste pur essendo ancora solo una minoranza di cui va riconosciuta la correttezza che non va in alcun modo incensata, perché rappresenta e deve rappresentare la normalità». —
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