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Tragedie d’Italia, manifestazione a Roma per il 9 ottobre

Donatella Francesconi
Tragedie d’Italia, manifestazione a Roma per il 9 ottobre

I familiari delle vittime raccontano il calvario di iter giudiziari che finiscono per ritorcersi contro di loro: «Un cammino lungo, difficile, disperato»

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Donatella Francesconi

viareggio. Un cammino «lungo, difficile, disperato», quello dei familiari delle vittime dei troppi disastri che in Italia si susseguono perché quanto l’uomo poteva e doveva fare per evitarli non è stato fatto. Lo racconta Marco Piagentini, presidente della associazione “Il Mondo che vorrei”, nata per riunire i familiari delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio. L’occasione è l’incontro on line (rivedibile sulla pagina Facebook “Noi, 9 ottobre”) con avvocati, rappresentanti di associazioni e comitati delle vittime delle tragedie italiane, ex magistrati, giornalisti.

«Nel primo incontro con gli avvocati», racconta Piagentini, «il consiglio che ci viene subito dato è quello di lasciare perdere, di accettare i risarcimenti e metterci l’anima in pace». Da lì a capire come mai dal variegato mondo dei legali arriva questa indicazione, il passo è breve: «Nei nostri processi gli imputati possono contare sul gotha degli studi legali, reclutano i migliori periti sulla piazza, disponibili ad affermare qualsiasi cosa pur di responsabilizzare i loro clienti. E una partita di calcio giocata undici contro due, e la squadra che è in 11 si lamenta dell’arbitro o del campo da gioco. Mettendo in atto una melina impressionante per arrivare alla prescrizione». A supportare questo quadro non mancano – ha ricordato Piagentini – «gli interventi inopportuni e vergognosi come quelli della politica e dei poteri mediatici». In aula poi è tutto un «puntare il dito contro le procedure o contro le parti civili». Da quanto vissuto, come un filo rosso che attraversa tutta Italia, ecco la manifestazione organizzata in piazza a Roma, il 9 ottobre.

«Ho dovuto affrontare una battaglia anche contro chi mi avrebbe dovuto tutelare, cioè lo Stato», sono le parole di Adele Chiello Tusa, madre di Giuseppe Tusa, 25enne militare della guardia costiera, morto nel crollo della Torre piloti a Genova, nel maggio 2013. «Ho dovuto urlare per dare voce a una indifferenza totale per un evento così tragico», continua la signora Adele, le cui parole mettono i brividi: «Il presidente Giorgio Napolitano sulla bara di mio figlio mi promise un processo rapido e cristallino».

Mario Sanna, presidente della associazione “Il sorriso di Filippo”, nel terremoto di Amatrice ha perso il figlio non ancora 23enne: «Anche questa volta, di fronte alle vittime di Mottarone, tutti parlano di “tragedia”. Ma io voglio chiamarlo con il suo nome: omicidio volontario. Vogliamo ribaltare concetto il di profitto a scapito della vita: riteniamo che questo sia il cambiamento vero». —

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