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Versilia

l’ultimo abbraccio al campione 

Applausi e lacrime per l’addio a Burgnich «Riposa in pace, Roccia»

Claudio Vecoli
Applausi e lacrime per l’addio a Burgnich «Riposa in pace, Roccia»

Ai funerali non è voluto mancare l’ex presidente dell’Inter Massimo Moratti Il saluto commosso di Lippi, Fascetti, De Sisti e dei figli di Facchetti e Picchi

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Claudio Vecoli

Viareggio. La maglia azzurra della Nazionale indossata nella “partita del secolo” Italia-Germania 4-3. Quella nerazzurra portata sulle spalle centinaia di volte. E una rosa rossa sul feretro. Così Tarcisio Burgnich – “la Roccia”, come lo aveva ribattezzato l’amico e compagno di squadra Armando Picchi – ha affrontato ieri la sua ultima trasferta. E a salutarlo nella chiesa di don Bosco al Marco Polo c’era una nutrita rappresentanza di quel mondo del calcio di cui Burgnich aveva fatto parte quasi in silenzio, ma con la solidità e la grinta del difensore d’altri tempi che solo Pelè e pochi altri erano riusciti a sovrastare.

A stringersi intorno alla moglie Rosalba Pistolesi e ai figli Simonetta, Patrizio e Gualtiero tanti amici ed ex colleghi. In primis Massimo Moratti, uno dei presidenti nerazzurri più amati e figlio di quell’Angelo che costruì la Grande Inter di cui Burgnich fu uno dei pilastri. «E stato veramente un grande campione – ha detto Moratti dopo le esequie – sia in campo che fuori. Aveva un carattere riservato ed era rispettato da tutti. Lascia un esempio assoluto di professionalità. Non amava i palcoscenici, aveva una comunicazione normale, mai esagerata».

In chiesa, scaglionati fra le panche e distanziati per le rigide norme anticovid, poco meno di 200 persone. Forse altrettante fuori. Fra loro anche gli amici ed ex colleghi di Viareggio. Da Marcello Lippi a Neno Fascetti, fino ad Oreste Cinquini. «E' stato un grande campione e una persona da prendere come esempio. Dopo che è venuto ad abitare a Viareggio ci siamo frequentati in più occasioni anche lontano dai campi», ha raccontato Lippi. Mentre Fascetti – con cui Burgnich si incontrava spesso al distributore-ritrovo dell’amico Gualtiero Vietina – con “la Roccia” ci aveva giocato un anno insieme nella Juventus, squadra alla quale in realtà nessuno dei due è rimasto affettivamente legato ma che ha rappresentato l’occasione per imparare a conoscersi e a stimarsi reciprocamente.

Inutile dire che i due colori della giornata di ieri sono stati in nero e l’azzurro. A cominciare da quello del labaro ufficiale dell’Inter listato a lutto che ha accompagnato il feretro. E poi quella frase scritta su una corona di fiori della Curva Nord di San Siro, cuore del tifo della Beneamata: «Riposa in pace, Roccia».

Fra gli amici più cari che Burgnich avrebbe voluto al suo fianco ci sarebbero stati di certo anche Armando Picchi e Giacinto Facchetti, altri due simboli dell’Inter che però se ne sono andati prima di lui. Ieri c’erano però i figli di entrambi. «Era l’immagine di un calcio più a misura d’uomo, di un calcio più umano. Fatto di meno chiacchiere e di più sostanza», ha detto Gianfelice Facchetti.

E poi l’azzurro senza il nero. Quello della nazionale campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970. Rappresentata da «Picchio» De Sisti. «È stato un grandissimo giocatore ma soprattutto una persona d’oro». E a salutare moglie e figli anche Furio Valcareggi, figlio di Ferruccio che di quella mitica Nazionale è stato il citì.

E Viareggio? Purtroppo – e lo hanno sottolineato in molti, sui social – si è notata per l’assenza del Gonfalone e di un rappresentante in veste ufficiale (in realtà era presente l’assessore allo sport Salemi, ma in forma privata). C’era però la Viareggio degli amici e di chi ha imparato a conoscerlo in giro per la città. E che lo ha salutato con un lungo, commosso applauso. Ciao “Roccia”. —

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