Il Tirreno

Versilia

Del mare non sappiamo nulla, ma il mare è quasi tutto

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Per gentile concessione di Feltrinelli, pubblichiamo l’incipit del nuovo libro di Fabio Genovesi.

Del mare non sappiamo nulla. Nulla di nulla, eppure il mare è quasi tutto. All’inizio c’era solo lui, poi ha concesso un po’ di spazio secco e polveroso alla terraferma, e noi subito superbi a dire che il centro del mondo è New York o Pechino, come una volta Babilonia, Atene, Roma, Parigi… invece il centro del mondo è il mare. Occupa i tre quarti del pianeta, che noi chiamiamo Terra, ma se fossimo onesti dovremmo chiamarlo Acqua. Tutto viene dal mare, pure noi, che siamo un’evoluzione complicata di certi vermi ciechi impegnati a strisciare sul fondale degli oceani.

Poi ci siamo inventati gli occhi e le gambe e siamo venuti qua fuori a vedere cosa succedeva, ma ancora oggi possiamo vivere all’asciutto solo perché ci portiamo dentro tantissima acqua. Più della metà del nostro peso. Siamo carne e ossa, sì, siamo sangue e nervi e qualche vestito addosso che cambia con la moda, ma soprattutto siamo mare.

Però del mare non sappiamo nulla. E invece crediamo di conoscerlo benissimo. Passiamo le vacanze in spiaggia a sudare e farci le foto e guardarlo, ma in realtà non lo vediamo nemmeno. Quella stesa davanti a noi è solo la sua buccia, la sua pelle salata e luccicante.

Come quando ero piccolo, e morivo dalla voglia di andare al circo. Che adesso ai bimbi non gliene importa più nulla, ma una volta il circo era il massimo dello spettacolo. È normale, i tempi cambiano e noi con loro. Il mio babbo da piccolo impazziva per il torrone, poteva mangiarlo solo a Natale ma lo sognava tutte le notti, masticando a vuoto nel sonno. Oggi invece, se regali un pezzo di torrone a un bambino, quello lo assaggia e ti denuncia.

E uguale col circo, che io sognavo di andarci come i miei amici, ma il babbo non mi ci portava mai. Diceva che era triste e puzzolente, che gli animali facevano pena e i pagliacci paura, e non ci pensava nemmeno. Una mattina però, fuori da scuola, un signore basso con una giacca a stelle e una scimmia sulla spalla dava i biglietti gratis, e come fai a dire no a uno con una scimmia sulla spalla? Allora ho insistito più del solito, così tanto che alla fine il babbo mi ha buttato in macchina e via. Siamo scesi lì davanti, mi ha preso per mano e abbiamo fatto un bel giro intorno al tendone, grande e gonfio e rosso con qualche toppa di colore diverso qua e là. Poi siamo tornati alla macchina, e di nuovo a casa. “Ecco, questo era il circo,” ha detto il babbo con un’altra sigaretta in bocca. “Sei contento?” E io non lo sapevo.

Ero un po’ deluso, ma pure soddisfatto, perché magari questo famoso circo non era un granché, però finalmente l’avevo visto. Mica lo sapevo che lo spettacolo vero era dentro, oltre il tendone. La pista, gli acrobati, i maghi i leoni gli elefanti. Ero piccolo, ero ingenuo, ero parecchio scemo. —



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