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Morì investito a 18 mesi dal suv: la mamma vuole riaprire il caso

Manuela D’Angelo
Morì investito a 18 mesi dal suv: la mamma vuole riaprire il caso

Il bimbo e la madre erano ospiti della casa famiglia Sonrisa gestita da Serinper Le avvocate: «I responsabili di quella morte non hanno mai pagato»

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Manuela D’Angelo

Stiava. Morì all’età di 18 mesi, schiacciato da un’auto all’interno del giardino di casa Sonrisa, a Stiava, una di quelle strutture di accoglienza gestite dalla cooperativa Serinper, oggi sotto inchiesta della procura apuana anche per maltrattamenti sui minori.

Era il 29 settembre del 2014. Per la morte del piccolo finirono a processo la dipendente della Serinper, alla guida dell’auto che accidentalmente investì il bambino e la madre, accusata dalla Procura di Lucca di omicidio colposo e omessa vigilanza su minore. Dal punto di vista giudiziario quella triste storia sembrava essersi conclusa qualche anno fa, con l’assoluzione in appello della madre del bambino e la morte prematura della donna che lo investì. Ma oggi gli avvocati Patrizia Micai del Foro di Ferrara, già impegnata nel caso Bibbiano, e Veronica Rossana Bertuccelli, del foro di La Spezia, chiedono alla Procura di Lucca di riaprire le indagini sull’incidente di casa Sonrisa, perché ipotizzano i responsabili dell’accaduto non abbiano pagato. «Chiediamo che vengano riaperte le indagini sulla morte di quel bambino – spiegano le avvocate – perché crediamo ci fossero le basi per indagare anche i rappresentanti della cooperativa. Crediamo anche che, a seguito dell’attuale inchiesta della Procura apuana su Serinper, siano emersi nuovi elementi, che fanno luce sulla gestione di queste strutture, sulla loro idoneità, ma anche sul trattamento dei lavoratori, sulle loro mansioni e sulle metodologie di recupero degli ospiti». Alla richiesta le due legali hanno allegato un copioso memoriale da centinaia di pagine, che riprende, in parte, anche gli atti dell’attuale inchiesta Serinper: la scoperta delle “manovre contenitive” per placare i capricci dei bambini; le ipotesi degli inquirenti sui troppi ospiti in strutture che potevano accoglierne la metà e su piaceri e favori fatti e ricevuti in cambio di assunzioni. All’epoca della morte del bambino, nel 2014, la Procura di Lucca non ritenne necessario formulare alcuna ipotesi di reato nei confronti dei titolari di Sonrisa, che poi erano, e sono tutt’oggi, i vertici della cooperativa Serinper, Enrico Benassi, Alessio Zoppi e Tamara Pucciarelli. Eppure, la giovane madre, fuggita dalla Francia con i figli per non subire abusi e violenze, era ospite di una struttura di accoglienza, custodita e controllata da operatrici ed educatori, con il compito preciso di vigilare su soggetti fragili. «Un caso stranissimo e fumoso- spiega l’avvocata Bertuccelli – La Procura trattò quella morte come un incidente stradale, quando fu, invece, un incidente sul luogo di lavoro».

«Fui accusata della morte di mio figlio – racconta la donna, oggi ancora sotto osservazione dei servizi sociali, ma non più ospite dalla Serinper- ma all’epoca non mi importava più di nulla. Forse fui mal consigliata: mi dissero di non denunciare nessuno della struttura, perché il rischio era perdere la custodia anche dell’altro mio figlio. Oggi la penso diversamente; penso che la morte del mio bambino sia avvenuta perché là dentro nessuno si occupava di noi. Ci trattavano come schiave, dovevamo solo pulire e lavorare. Loro però dovevano badare ai nostri figli. Invece li affamavano, li lasciavano piangere, li punivano, li tormentavano. Ora tutti devono sapere. Oggi pretendo giustizia». Quel pomeriggio del 29 settembre 2014, secondo la ricostruzione degli inquirenti (il pm che seguì i fatti a Stiava era Piero Capizzoto, attuale procuratore di Massa Carrara, coordinatore quindi, insieme alla collega Iacopini, delle indagini sulla cooperativa Serinper) la madre del piccolo si trovava in cucina a lavare alcune tazze, mentre il bambino era restato in giardino “incustodito” a giocare da solo; la custode della struttura, salì a bordo dell’auto (aziendale) per accompagnare un’altra mamma e suo figlio a fare delle commissioni; non vide il bambino che probabilmente stava gattonando davanti al suv e lo investì, senza accorgersene, tanto che arrivò fino a Massarosa, prima di ricevere la telefonata dalla struttura che le chiedeva di rientrare in sede.

«È vero – racconta la mamma costretta a rivivere momenti di indicibile sofferenza – Ero in cucina come mi avevano ordinato, ma lasciai mio figlio in giardino con una educatrice, non da solo. Il tempo di lavare tre tazze e sentii gridare, confusione, qualcuno mi chiamò. Uscii. Lo vidi a terra pieno di sangue». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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