Gioco
Gli angeli in camice del “Versilia” che mi hanno salvato dall’inferno del virus
La lettera di ringraziamento di Bruno Pratesi, tecnico di laboratorio e storico carnevalaro
la testimonianza
Un marzo trascorso “in gita forzata all’ospedale Versilia in compagnia del vile covid”, racconta Bruno Pratesi, una vita di lavoro nei laboratori di chimica e fisica del liceo Scientifico “Barsanti e Matteucci” di Viareggio, animatore insieme al professor Franco Anichini della amata carretta dello stesso liceo ai Corsi mascherati del Carnevale di Viareggio. Una storia che fortunatamente va verso una soluzione positiva. Pratesi è infatti ormai a casa, ancora positivo, ma non dimentica le persone incontrate tra le mura dell’ospedale: “Oggi che posso dire mi è andata bene il mio pensiero va a tutti loro”.
bruno pratesi
Ho 77 anni, e dopo aver rispettato sin da subito tutte le disposizioni anti-covid, mi sono ritrovato positivo-Cov-2. Mi è mancato il lato B? No, mi è mancato il vaccino. I primi di marzo ho tosse, dolori e febbre alta, faccio terapia empirica a casa (tachipirina e riposo a letto) per non andare ad intasare il Pronto soccorso Versilia. I miei valori peggiorano e chiamo la mia dottoressa, Elvira Bruno, la quale si attiva immediatamente e mi fa arrivare l’Usca a casa. Vengo visitato, tamponato e spedito al Versilia: vista al Pronto soccorso e conseguente ricovero. È il 9 marzo ed inizia così la mia “gita”, su sedia a rotelle, con mascherina, occhialini e bombola di ossigeno sulle gambe, scortato dal vigilantes e seguito dal personale socio sanitario che sanifica il percorso che mi porterà in reparto. In questo tragitto incontriamo medici, infermieri, e personale Oss che sembrano astronauti tanto sono bardati. Inizio a preoccuparmi, un conto è vedere queste scene in Tv, un conto è ritrovarsi come attore o comparsa in questo che può sembrare un orrendo film e che invece è la mia attuale realtà. Giunto in reparto iniziano visite, controlli e prelievi e vengo subito trattato con ossigeno terapia ad alti flussi 24 ore su 24 ed in meno di mezz’ora ho gli aghi cannula nelle arterie. Il binomio non funziona come dovrebbe, e mi ritrovo con gli avambracci del colore che anticipa in parte l’abbronzatura estiva. Chiedo lumi sulla mia situazione. Dalla risposta, se pur condita di rassicuranti parole, emerge a mio parere la probabilità di finire in terapia intensiva e chissà poi. Le prime due notti le passo completamente in bianco, sono smarrito e l’angoscia sale ancora di più nel sentire gli Oss che più volte al giorno dicono ad alta voce “ricovero donna e/o uomo” e meno volte “dimissioni donna e/o uomo” e questo significa che alcuni ci hanno lasciato. Brutti pensieri saturano la mia mente. Ho la sensazione di essere dentro quella selva oscura di dantesca memoria da cui non so come e quando uscirò. Sarà l’amore dei miei cari e soprattutto quello dei miei affettuosissimi nipoti (Gianmaria 14 anni e Leonardo cinque anni) con i quali di notte ho rielaborato il rapporto di amorosi sensi di foscoliana memoria, ad aiutarmi nelle notti a seguire.
Il 98% di coloro che si sono presi cura di me, erano giovani donne, ben preparate professionalmente sempre pronte a dispensarci oltre alle medicine un sorriso o uno sguardo rassicurante. Queste persone fanno turni massacranti, lavorando con queste tute con disagi psicofisici non indifferenti. Finito il turno vanno a casa, dove trovano altro lavoro e i problemi comuni di tutte le famiglie. Il turno seguente, poi, tornano in corsia pronte a prendersi cura di noi pazienti. Che spesso pazienti non siamo.
Due doverose parole fuori tema rivolte a chi di dovere (dirigenti, sindacalisti, politici): questa ottima sanità merita più attenzione e una gratificazione economica aggiuntiva. Il mix (chimica-psiche) fatto di terapie mediche ben calibrate, contestualmente alle amorevoli cure e attenzioni dedicatemi mi consentono dopo dieci giorni di tornare a casa, orgoglioso di voi tutti. Ho notato che, nel prendervi cura di noi, vi aiutavate facendo squadra: brave, è così che si migliora professionalmente. È il 19 marzo, vengo dimesso termina così la mia “gita” che non auguro a nessuno. Anche se ai negazionisti e ai “no vax” un “provare per credere” lo direi. Ricordo loro che sono l’anello mancante della catena anti-covid, pericolosi per se stessi, per noi e soprattutto per le categorie fragili. Riflettete.
Detto tutto questo, voglio ringraziare ciascuno di voi per questa ottima sanità che siete riusciti a mettere in campo: la mia dottoressa Bruno Elvira per la rapidità con cui si è attivata e per l’interessamento a seguire; l’ Usca per la professionalità, la gentilezza e per le telefonate fatte il giorno dopo a mia moglie; il 118 (Croce Verde Forte dei Marmi e Misericordia Pietrasanta) i cui autisti e volontari sono stati carini e premurosi; il Pronto soccorso ospedale Versilia (il primo impatto non si scorda mai), luogo da evitare ma meno male che ci siete; il primario di Anestesia Ettore Melai, il quale _ incontrato fuori dal blocco operatorio _ mi ha rassicurato; tutte le dottoresse, le Infermiere, il personale Oss, e l’unico medico e l’unico Infermiere del reparto Urocovid, perché non avrei potuto sperare di essere curato meglio e vi ricorderò con stima e riconoscenza (un saluto a parte all’Infermiera “Dracula”); i vigilantes che mi hanno scortato.
A tutti dico, in bocca al lupo o se preferite nel lato B della balena. —
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