Gioco
L’infermiera vaccinatrice che si ammalò «Adesso in prima linea per gli anziani»
Chiara Stefania Galeotti fa parte del personale che ogni giorno accoglie circa 500 persone per fare le dosi di vaccino anticovid al Terminetto
la storia
Ogni giorno centinaia di pazienti anziani o fragili varcano la porta del centro vaccinale del Terminetto. Quella che viene fatta non è solo una dose di vaccino contro il covid ma anche un’iniezione di speranza, quella di uscire presto da questo brutto periodo che sta mettendo a dura prova tutti noi, soprattutto le persone che sono più facilmente attaccabili dal virus.
«Sono molto fiera di accogliere le persone che vengono qui quotidianamente a fare il vaccino», racconta Chiara Stefania Galeotti, una delle infermiere vaccinatrici in forze allo staff del Terminetto. Proprio lei circa un anno fa ha provato sulla propria pelle la paura della malattia del covid, quando ancora la malattia era sconosciuto.
«C’è un forte portato psicologico facendo questo lavoro - racconta Chiara - siamo contenti di fare questo tipo di servizio. Cerchiamo di creare un clima di tipo familiare: qualcuno viene convinto di farlo, altri invece hanno paura delle reazioni e della malattia. Ed è per questo che a volte i tempi si dilatano. Perché qui non c’è solo una puntura ma tutto un lavoro di conforto. Quando torniamo a casa, siamo molto stanchi ma comunque soddisfatti di aver fatto la nostra parte. È una soddisfazione vedere i pazienti contenti anche dell’organizzazione che abbiamo messo in piedi da qualche mese. Alcuni di noi vengono qui anche fuori dal proprio orario di lavoro per dare una mano».
A volte le storie che passano davanti agli occhi stringono il cuore: «È accaduto una volta che si è presentata una signora che ci ha raccontato del marito, morto poco tempo prima proprio a causa del covid. Ci ha commosso tutti quando ci ha detto che, chissà, se le cose fossero andate in maniera diversa forse quel giorno sarebbe potuto capitare anche a lui di fare il vaccino insieme a lei. Una storia che mi ha colpito perché mi ha fatto capire di quanto sia importante il lavoro che stiamo facendo qui in questi giorni, intensi e pieni di aspettative».
Un impegno che viene ripagato soprattutto alla luce del fatto che Chiara, con un sorriso ben visibile dagli occhi, malgrado la mascherina, ha vissuto momenti difficili a marzo dell’anno scorso. Non era appena cominciato il lockdown e ha avuto i primi sintomi di malessere: «Mi sono ammalata i primi di marzo dell’anno scorso - racconta l’infermiera - ancora non si conosceva bene il virus, non era stata ancora istituita l’Usca e io sono rimasta a casa isolata per due mesi interi. Senza avere contatti con nessuno. Era il periodo in cui ancora non si trovavano le mascherine e l’Italia doveva ancora essere chiusa. Molto prima che incominciasse l’escalation di decessi a cui purtroppo questo virus ci ha abituati. Sono stata molto male e, sinceramente, ho avuto molta paura - ammette - guardavo la televisione e vedevo che la situazione stava peggiorando sempre di più. La cosa che mi ha gettato nello sconforto più totale è stata l’immagine delle bare in Nord Italia portate via dai camion dei militari. I medici al tempo non venivano a visitarti a casa e io ero totalmente sola. Ma ce l’ho fatta; ancora oggi ho dei problemi polmonari che porto avanti da quei giorni tremendi: sono degli effetti collaterali irreversibili perché ho come dei micronoduli ai polmoni che non andranno più via. Sono comunque contenta di esserne uscita, pur con qualche acciacco; e soprattutto di essere tornata a lavorare per gli altri in questo momento così importante per tutti noi. Il covid in casa mia è entrato due volte ma in una situazione totalmente diversa: mia figlia, anche lei infermiera, ha avuto l’infezione circa tre mesi fa. Lei è stata praticamente asintomatica. Insomma ce l’abbiamo fatta entrambe e sono contenta che la mia guarigione possa aiutare gli altri». —
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