Sicurezza
Cinquant’anni di battaglie dei sopravvissuti alla strage di Sant'Anna
L'associazione dei martiri è stata fondata nel gennaio del 1971. Il superstite: "Volevamo giustizia"
STAZZEMA. Era il 26 gennaio del 1971, quando sette superstiti della strage di Sant’Anna si ritrovarono davanti al notaio Gian Giacomo Guidigli per fondare l’associazione Sant’Anna di Stazzema 12 agosto 1944, oggi conosciuta come associazione dei martiri. Volevano giustizia. Volevano salvare dall’oblio i loro familiari, i loro amici, i loro vicini di casa, tutti ammazzati a colpi di mitra da un gruppo di nazifascisti e poi dimenticati per non creare troppo scompiglio nel nuovo equilibrio europeo. Volevano che Sant’Anna non fosse cancellata dalla mappa storica ma anche geografica e per questo la loro battaglia doveva partire proprio da qui, da rivendicazioni precise e pratiche come la realizzazione di una strada, fino ad allora inesistente, che portasse in questo paese sulle Alpi Apuane.
«Esisteva già la sezione vittime civili di guerra, ma noi, senza nulla togliere agli altri, non eravamo semplici vittime di guerra. Eravamo vittime di un genocidio», ricorda Enio Mancini, uno dei due soli fondatori rimasti in vita. L’altro è Enio Bazzichi. Quella mattina di 50 anni fa, andarono nello studio del notaio insieme a Federigo Bertelli (che diventò il primo presidente), Remo Mancini, Aladino Mancini, Giuseppe Pardini e Dionisio Bertelli, e iniziarono un nuovo capitolo della storia di Sant’Anna. «Partirono le proteste – ricorda Mancini –. Occupammo anche il Comune per chiedere che venisse costruita la strada per arrivare al paese. Era il primo passo. Il nostro obiettivo era avere giustizia».
Enio nel 1944 aveva sei anni e venne graziato da una SS che sparò in aria. Ma 560 persone non ebbero questa fortuna. Morirono e basta. Dopo la strage vennero aperte inchieste subito dopo richiuse affinché la ricerca dei responsabili non interferisse nella costruzione dei nuovi rapporti italo-tedeschi. «Anche a livello locale gli abitanti cercavano di dimenticare, di sopravvivere – spiega Umberto Mancini, vicepresidente dell’associazione -. Il paese era decimato e non c’era lavoro, se non nelle cave». La storia rischiava di sparire.
È stata l’associazione a riacchiapparla al volo. A iniziare a raccontare e a raccontare. A chiedere che venissero individuati i colpevoli e che venissero processati. «Iniziammo a fare incontri nelle scuole e a presentare le nostre richieste al Comune e alla Regione (che era appena nata, ndr)». Protesta dietro protesta, venne costruita la strada, poi venne aperto il museo storico nella vecchia scuola elementare. A livello locale Sant’Anna tornava a esistere e a riappropriarsi di quel 12 agosto del 1944 che ostinatamente tutti cercavano di cancellare dal calendario. Fu solo nel 1994 con l’apertura dell’Armadio della vergogna, a palazzo Cesi-Gaddi a Roma, dove erano stati nascosti 695 fascicoli relativi a crimini di guerra commessi sul territorio italiano dalle truppe nazifasciste, che il grido di Sant’Anna ebbe un’eco nazionale. Si aprì una stagione di processi di cui l’associazione dei martiri ha seguito ogni passo. «Quando andai a La Spezia per incontrare il magistrato (Marco De Paolis, ndr), mi dissero che il contenuto del fascicolo era davvero crudo e io gli dissi di averlo vissuto».
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