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medicina interna 

In ospedale ora è possibile dare anche l’ultimo saluto

D.F.
In ospedale ora è possibile dare anche l’ultimo saluto

Nel reparto di Plinio Fabiani si applica la circolare della Regione Toscana: «Fondamentale per pazienti e familiari. E noi ci siamo»

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viareggio. La chiamano la “delibera di Natale”, quella con la quale la Regione Toscana ha stabilito possibilità e modalità per un ultimo saluto di persona ai familiari terminali che abbiano anche contratto l'infezione da Covid-19. La solitudine alla quale la pandemia ci ha condannato diventa insostenibile quando si tratta di morire da soli e di vedere morire senza poter essere insieme anche solo per un attimo. Nel reparto di Medicina interna all'ospedale Versilia, diretto dal dottor Plinio Fabiani, già alcuni familiari hanno usufruito della possibilità. Pur dovendo affrontare l'iter burocratico, complesso, prima di varcare la soglia dell'ultimo saluto. «Da noi arrivano pazienti che hanno altre patologie, alle quali può essersi aggiunta l'infezione da Covid, ad accompagnare le malattie tipiche della medicina interna». Reparto che fin dall'inizio della pandemia si è dotato di ulteriori 32 letti, spiega ancora Fabiani, andando ad occupare una parte di ortopedia, con tutte le apparecchiature per la ventilazione necessarie per la gestione dei pazienti positivi al virus. Ai 32 letti se ne sono aggiunti altri «in altre parti dell'ospedale».

I familiari, racconta Fabiani al Tirreno, «vengono dotati di tutti i dispositivi di protezione individuale, camice, sovrascarpe, copricapo, visiera, guanti. E non può entrare più di uno per volta. Anche se fin qui non abbiamo avuto richieste di più accessi». Perché la pandemia ci impone la cautela dei sentimenti. Anche di fronte alla morte. «Abbiamo cercato di venire incontro a questa necessità fondamentale», sono ancora le parole del medico che aggiunge: «Ci sono documenti da riempire ma ce ne facciamo carico perché comprendiamo quanto sia importante sia per i pazienti che per i parenti. L'internista è lo specialista che si occupa del paziente a tutto tondo e tiene conto di tutti gli aspetti, insomma, compreso l'aspetto psicologico, fondamentale. La qualità della vita è importante più della quantità della vita. E poi un medico abbraccia la sua professione non solo per la soluzione investigativa della identificazione del morbo, ma anche per il sollievo della persona che ha di fronte. Sollievo che non esclusivamente deriva dalla identificazione della malattia».

Un ulteriore carico altamente emotivo per il personale: «La pandemia ha richiesto a tutti noi elasticità mentale e fisica. Pensiamo solo che tutte le ferie sono bloccate. La tensione emotiva è molto alta. Teniamo duro ma non è facile». Il pensiero va a tutti i colleghi che hanno reso possibile la separazione dei pazienti di medicina interna con o senza l'infezione: «Ci hanno aiutato molto gli pneumologi, molto pochi ma molto bravi, e tutti gli altri specialisti che ci sostengono nelle guardie e nella gestione dei letti a più alta intensità». La domanda è inevitabile: ne usciremo? «Sicuramente. Il problema è quando. Penso che le vaccinazioni faranno molto, però bisogna arrivare ad un 65 per cento dei vaccinati. E ci vorrà molto tempo». —

D.F.

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