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Il giorno dopo la sentenza: «Andiamo avanti»
I familiari delle vittime della strage di Viareggio ripartono dal verdetto di Cassazione: «Giornata buia per la giustizia»
Donatella Francesconi
viareggio. Il giorno dopo quelle che è stata «la giornata triste e buia per la Giustizia di questo Paese» i familiari delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio, 29 giugno 2009, 32 morti si rimettono in moto. «Con la sentenza dell'8 gennaio 2021 inizia il nostro nuovo percorso. Chiediamo alle associazioni e comitati e/o persone di continuare a sostenerci». Perché da fare c’è molto, oggi che la sentenza dei giudici della quarta sezione penale della Suprema Corte ha decretato che il disastro ferroviario di undici anni e mezzo fa non fu infortunio sul lavoro. Nonostante il convoglio carico di Gpl, la linea ferrovieri, i macchinisti risarciti dall’Inail che mai si sono ripresi dall’accaduto. «Prioritario è far sì che le norme del decreto 81/08 (la normativa in materia di infortuni sul lavoro, ndr) siano al più presto armonizzate anche per le ferrovie. Per questo chiediamo agli Enti e agli amministratori, che non si limitino alle parole ma ci sostengano soprattutto con i fatti». La Cassazione - denunciano i familiari delle vittime - «confermando le due precedenti sentenze, avrebbe avuto l'opportunità di salvare la vita a migliaia di persone/lavoratori. Invece questo dispositivo è in forte dissonanza con quella che è la realtà del Paese».
Una sentenza, quella degli “Ermellini”, che deve essere letta seguendo tre binari.
Il primo è quello della prescrizione dell’omicidio colposo che segue la prescrizione di altri due reati strettamente legati a ciò che i corpi delle vittime e dei sopravvissuti ha dovuto subire: incendio colposo e lesioni colpose. «Non è stata riconosciuta l’aggravante dell’infortunio sul lavoro», ha spiegato ieri mattina durante la conferenza stampa l’avvocato Tiziano Nicoletti, legale dell’associazione “Il Mondo che vorrei” oltre che di parte civile, «e di conseguenza l’omicidio colposo non essendo più aggravato è stato dichiarato prescritto». Lungo questo binario non c’è analisi giuridica che tenga: il reato c’è stato ma nessuno sarà punito. Inaccettabile, inconcepibile da ogni punto di vista per chi è morto, per chi ha visto morire, per chi è rimasto ferito, per una città che non ha mai smesso di stare dalla parte dei propri morti.
Il secondo “binario” è quello della decisione che ha portato alla prescrizione dell’omicidio colposo, tranne che per Mauro Moretti, ex manager di Stato che alla prescrizione ha rinunciato alla fine del processo d’Appello. Una decisione che apre scenari inquietanti e pericolosi oggi che il Governo è impegnato nell’armonizzazione delle normativa relativa agli infortuni sul lavoro da estendere anche al trasporto ferroviario.
Il terzo “binario” è quello della lettura in chiave giuridica di quello che l’avvocato Nicoletti definisce «un dispositivo complesso e non di facile interpretazione». Se «dal punto di vista quantitativo», continua il legale, «abbiamo perso prescrizione incendio colposo, lesioni colpose e omicidio colposo», da quello qualitativo, «il dispositivo dice che il 29 giugno a Viareggio c’è stato un disastro ferroviario». È questo che fa dire a Marco Piagentini, presidente della associazione “Il Mondo che vorrei”, «ribadiamo il fatto che ci sono delle colpe». O, per meglio dirlo con le parole del legale, «un gruppo di imputati - tutto il gruppo di quelli stranieri e degli italiani relativi all’officina Cima riparazioni, fino a Vincenzo Soprano, all’epoca dei fatti amministratore delegato della società del Gruppo Fs, Trenitalia - sono stati rinviati ad un nuovo processo d’appello solo per riquantificare gli anni di pena. Essendo venuto meno omicidio colposo aggravato, infatti, la pena per loro deve essere ricalcolata. Ma questi signori sono stati ritenuti responsabili di disastro ferroviario. È scritto e punto. Tutti i tecnicismi che ci porteranno in Corte d’Appello sono, appunto, tecnicismi».
I familiari delle vittime della strage di Viareggio ricominciano da qui per scuotere le coscienze sulle tante questioni legate alla sicurezza che due sentenze hanno messo in evidenza. «Bisogna mettersi in gioco», sono le parole di Andrea Maccioni, cognato di Piagentini, «prima che ci facciano giocare al gioco che vogliono gli altri». Perché, ricorda Piagentini, «adesso non è più un discorso giuridico, ma morale. Non è possibile pensare che un amministratore delegato tra i condannati vada in una università a insegnare ai nostri figli. Ci dobbiamo indignare di fronte a questi passaggi». —
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