Sicurezza
«Arrivano i politici, ti stringono la mano. E poi?»
Andrea Maccioni ha perso la sorella e due nipotini Il 7 luglio 2009 era in ospedale quando il presidente Napolitano fece visita al piccolo Leonardo
viareggio. La sera del 30 giugno 2009 Lorenzo Piagentini, 17 mesi, muore. Ucciso dalle ustioni riportate nel disastro ferroviario del giorno prima, 32 morti e 100 feriti. «Mi fecero entrare», così la testimonianza nel processo di primo grado, cinque anni fa a Lucca, dello zio Andrea Maccioni: «Tutto spento e questo fagottino inerme. L'accarezzai. Pensai che era morto solo». Ieri zio Andrea, che ha perso quella maledetta notte la sorella Stefania Maccioni e anche l’altro nipote, Luca Piagentini, 5 anni, ha letto il comunicato dell’associazione dei familiari “Il Mondo che vorrei”, nel giorno dopo la sentenza di Cassazione. Con la quale i giudici della quarta sezione penale hanno dichiarato prescritto il reato di omicidio colposo, avendo fatto venire meno l’aggravante di infortunio sul lavoro.
Una parola per definire la sentenza: quale useresti?
«Devastante. Se ci fosse stata una sentenza giusta avrei recuperato un po’ il ricordo. Se chiudo gli occhi ancora oggi io vedo Stefania e Lorenzo come li ho visti dopo quella notte: completamente bruciati».
Come era la tua vita prima del 29 giugno 2009?
«Vivevo solo e avevo un’auto a due posti. Facevo ancora la vita del ragazzo, insomma. In poche ore è cambiato tutto. Sono tornato a vivere a casa dei miei genitori e ho acquistato un’auto da sette posti. Una volta alla settimana andavo anche io a Padova dove era ricoverato mio cognato, Marco Piagentini. Con il cui figlio Leonardo, otto anni, salvato da sotto le macerie, io dividevo la camera a casa dei miei. E a Leonardo dovevo sorridere».
Eri all’ospedale quando l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fece visita a Leonardo?
«Il 7 luglio. Ero appena tornato dalla morte di tutti, dalle esequie allo stadio. Sono corso all’ospedale, dove ho trovato il disegno di Leonardo. Ancora non sapeva cosa era accaduto alla madre e ai fratelli ma disegnava due angioletti, sopra una casa. La dottoressa, vedendo il disegno, mi disse di parlare subito con lui. Proprio io. Che avevo dovuto dire a mia madre della morte di sua figlia e dei suoi nipotini. Arrivano i politici, ti stringono la mano e poi cosa?».
E c’era Marco, ricoverato per mesi tra vita e la morte per le ustioni e le ferite.
«Gli avevano spiegato che gli altri della famiglia erano in altri ospedali. Non avrebbe potuto essere diversamente in quei momenti. Ma lui capì. Perché tutte le volte che andavo da lui mi nascondevo. E non riuscivo a guardarlo negli occhi. Marco. Che con mia sorella si era fidanzato quando io avevo 13 anni, tanto che non ho ricordi della mia vita senza di lui».
Eri a Roma ad attendere la sentenza con gli altri familiari: qual è il tuo pensiero?
«Nel pianto di Daniela Rombi siamo tutti noi. In un Paese civile come diciamo di essere l’istituto della prescrizione ha dell’incredibile. Tutti questi reati caduto in prescrizione: è un film di paura». —
D.F.
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