Toscana
«Oggi a Roma comunque: lo dobbiamo ai nostri figli e a tutti i nostri morti»
viareggio. Le mamme di Viareggio, sul treno per Roma ieri sera e davanti alla sede della Corte di Cassazione, questa mattina, in attesa della sentenza. «Non sono mai uscita dalla legalità, ma questa volta lo devo ai miei ragazzi e a tutto i nostri morti», sono le parole di mamma Luciana Beretti, che nel disastro ferroviario ha perso il figlio, Federico Battistini, e la giovane nuora Elena Iacopini (entrambi 32enni) oltre ai consuoceri, Mauro Iacopini e Emanuela Milazzo. Il riferimento alla “legalità” è inevitabilmente relativo alle restrizioni agli spostamenti tra regioni imposte dai provvedimento governativi anti pandemia da Covid-19. «Cosa direi ai giudici di Cassazione se li avessi davanti?», risponde mamma Luciana al Tirreno: «Direi di mettersi una mano sul cuore. Perché le responsabilità, in quello che è accaduto a Viareggio nel giugno 2009, ci sono eccome. I nostri figli sono all’ergastolo da undici anni e mezzo e noi con loro. Per fatti che non si sono voluti evitare in nome del profitto, sempre l’ultimo scopo».
Con Luciana Beretti sarà a Roma anche Daniela Rombi, che nella strage ha perso la figlia Emanuela Menichetti, di soli 21 anni, e dopo 40 giorni di agonia. E con loro molti altri familiari che non hanno mai mancato le udienze nei processi di primo e secondo grado. «Gliela dobbiamo, questa giustizia, a tutti i nostri morti. A tutti quei bambini che non ci sono più», sottolinea mamma Luciana, con la voce che si incrina dalla commozione, dal dolore che è - e resta - quello di allora.
Lo stesso strazio di quella maledetta notte che Luciana Beretti ha così testimoniato di fronte ai giudici del Tribunale di Lucca:«Siamo andati al Pronto soccorso e c’era l’inferno. Arrivavano in continuazione ambulanze. Io cercavo di avvicinarmi per vedere se arrivava Federico, la Elena. Niente. Nel frattempo sempre più persone arrivavano e non si riusciva a capire. Io chiedevo agli infermieri, ai medici, ma nessuno mi sapeva dire dove fossero. Quando finalmente credo un medico mi ha detto che il mio consuocero era ricoverato al Versilia, ho chiesto ripetutamente di farmi parlare con lui, per capire, per sapere, perché praticamente sono tutti arrivati bruciati, nudi, senza documenti». Undici anni e mezzo fa. L’inferno di Via Ponchielli-via Porta Pietrasanta. Sulla quale oggi la Giustizia italiana è chiamata a mettere la parola fine. —
D.F.
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