Sicurezza
Silvio Micheli, penna espressionista che la Versilia ha dimenticato
Scrittore e giornalista, vinse il premio Viareggio nel 1946 “Pane duro” non divenne un film Usa perché non rinnegò il Pci
Ieri ricorreva il 110° anniversario della nascita dello scrittore viareggino Silvio Micheli. Così lo ricordano - con uno scritto e un ritratto - Marco e Silvia Dolfi.
Silvia Dolfi
Il viareggino Silvio Micheli, nato il 6 gennaio 1911, è stato un considerevole attore nella cultura del neorealismo italiano. Deve la sua maturazione culturale e umana all’impiego presso industrie del nord e di Napoli a contatto con il clima antifascista della fabbrica e l’adesione al “Gruppo corrente” del pittore Treccani e l’attenzione agli intellettuali versiliesi del “Caffè delle Rose” dove gravitavano letterati come Tobino, Ghiselli, Bimbi, Sbrana, i pittori Marcucci, Santini, Di Prete, Pardini, e Bonetti, Viani e Pea.
Raccontò il periodo clandestino in Giorni di fuoco (1954), la Resistenza ne Lo zio cantoniere (1955) e l’ideologia comunista ne Il Facilone (1958). Durante il periodo bellico divenne definitiva la scelta di rivolgere la sua attenzione al mondo operaio e frutto di quella riflessione fu Pane duro, pubblicato da Einaudi nel 1943 che li valse il Premio Viareggio nel 1946.
Da ricordare la fondazione della rivista Darsena nuova che si inseriva pienamente nella contemporanea politica culturale, quindi ancora una volta marcava il sodalizio letterario di Micheli fra la pagina scritta e la concretezza della Storia e vi collaborarono Pavese, Calvino e Ginzburg, a testimonianza dell’ importante valore culturale che rivestì l’opera dello scrittore viareggino.
L’amore per il mare fu un’altra tematica cara fin da ragazzo quando in Darsena ascoltava i ricordi di calafati e carpentieri risultando una fucina di risorse per L’Artiglio ha confessato (Premio Viareggio per l’inchiesta giornalistica nel 1959). Sul filone del viaggio si inserisce la pubblicazione di Mongolia sulle orme di Marco Polo (1964) dove a spingerlo era nuovamente l’amore per le situazioni umane.
La morte del figlio nel 1969 lo privò dell’ispirazione artistica ritrovando poi la carica espressiva e la passione letteraria nelle successive produzioni di ambiente marinaresco: Capitani dell’ultima vela Gran lasco (1972) e Una famiglia viareggina nei mari del mondo (1973) opere importantissime per aver salvato dall’oblio un patrimonio umano altrimenti dimenticato.
Intensa l’attività giornalistica presso le maggiori riviste dell’epoca, quali Letteratura e L’Unità, pubblicò racconti e saggi di critica letteraria e artistica su testate autorevoli come Vie Nuove, Il Mattino, Il resto del Carlino, ricevendo per la sua attività il premio Saint Vincent per il giornalismo nel 1954.
Il comunismo come passione politica ma anche ideologia di vita e arte, rimanendovi sempre coerente anche quando tra il 1947 e il 1949 Einaudi lo mise in contatto con un editore americano per la produzione cinematografica di Pane duro, a patto che rinunciasse alla tessera del partito comunista, ma rifiutò categoricamente come pure un film su L’Artiglio ha confessato dove la produzione voleva alterare i fatti raccontati. Fedele ai suoi valori morali, Micheli rinunciò alla fama e al guadagno, alieno dai compromessi perchè troppo forte in lui l’esigenza di fare della realtà un’arte è stato un personaggio fra i più autentici nella tradizione artistica versiliese.
Purtroppo nel panorama letterario Silvio Micheli è considerato a torto un autore minore per un espressionismo di difficile interpretazione e lontano dall’elegante musicalità lirica di scrittori a lui contemporanei come Pavese. Comunque Silvio Micheli colse pienamente gli slanci della stagione artistica dell’epoca, è stato presente nei circoli intellettuali più prestigiosi e nella fitta corrispondenza con gli scrittori Pavese, Calvino, Ginzburg e Vittorini si nota il loro apprezzamento.
I suoi romanzi dimostrano profondità espressiva in una perfetta sintesi della sua Viareggio che fanno dello scrittore di Pane duro un padre culturale e morale per la nostra città.
Con una prosa mai freddamente oggettiva crea un ritratto d’ambiente nato dal contatto col popolo e quel tessuto umano viene reso inondando la pagina del loro colorito linguistico, le sue pagine non sono mai anonime, rispecchiano sentimento e passione scegliendo uno stile mai aulico ma profondamente popolare conferendo dignità letteraria a un tessuto sociale lontano dalle consuete rappresentazioni artistiche, ha una forma artistica sempre rivolta all’imitazione della realtà e la mimesis linguistica mira alla coerenza realistica, il dialetto dava voce ai personaggi senza i filtri della letterarietà tradizionale. Per questo nei manuali di letteratura italiana mancherà sempre una pagina da scrivere sul neorealismo: il ritratto di Silvio Micheli.
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