La protesta
Pieri commendatore: «Un onore ma per Sant’Anna bisogna fare di più»
Il superstite ha ricevuto l’alta onorificenza dal capo dello Stato: «Finché riuscirò, continuerò a incontrare i giovani»
STAZZEMA. A luglio, la Repubblica federale di Germania gli ha conferito il titolo di C
Un altro riconoscimento a un uomo che, più di altri, è diventato simbolo della memoria. «Non posso che dire che mi fa piacere. Ringrazio il capo dello Stato – dice Pieri –. Ho però un rammarico: il parco della Pace non è valorizzato come dovrebbe essere valorizzato. Il centro di accoglienza è ancora chiuso e Sant’Anna non può ospitare scolaresche: bisogna fare di più».
Lui, in fondo, ha sempre fatto di più. È uno dei (pochi) sopravvissuti alla strage nazifascista del 12 agosto del 1944, dove furono fucilate e bruciate come paglia 560 persone, 130 i bambini. All’epoca lui aveva dieci anni e frequentava, non spesso in realtà, visto che c’erano le bestie da accudire, la scuola elementare che oggi ospita il museo della Resistenza. Quella mattina, quando tre reparti delle SS, accompagnati dai fascisti, salirono a Sant’Anna, lui era con la famiglia nella casa a I Franchi, nello stesso immobile che ha recentemente donato al Comune per farci un ostello della gioventù. C’era anche una famiglia di sfollati di Pietrasanta, i Pierotti. Quando i soldati entrarono, lui riuscì a nascondersi nel sottoscala e da lì diventò spettatore occulto della follia nazista. Sentì tutto: i colpi di mitra, il rumore dei corpi dei suoi cari che cadevano a terra, parole in tedesco, risate. Percepì anche il calore delle fiamme che bruciavano i cadaveri. Quando i nazisti se ne andarono, uscì e si nascose nel campo di fagioli davanti casa, che oggi è una sterpaglia. Ci rimase due ore, poi iniziò a correre. E corse, corse, corse fino ad arrivare dall’altra parte del paese, in uno dei pochi agglomerati di case non visitati dai nazisti. Li capì di essere rimasto solo al mondo. E iniziò a piangere.
Per anni, dopo la strage, come tutte le persone che subiscono traumi enormi, non volle parlare di Sant’Anna. Voleva solo dimenticare. Dopo l’adolescenza, emigrò in Svizzera per lavoro. Mise su famiglia. Nel cantone in cui viveva le lingue parlate erano due: francese e tedesco. Lui, per il figlio Massimo, scelse la scuola tedesca. E quella fu la sua prima personale pietra del ponte di pace con la Germania, il Paese, ai suoi occhi, che gli aveva tolto tutto. «Erano gli anni Settanta – racconta –: stava prendendo forma l’Unione europea e capì che dovevo distinguere il popolo tedesco dall’ideologia nazista». Il rancore venne surclassato dalla speranza di un cambiamento. E da dove partire se non dai giovani, quelli che in futuro prenderanno le redini del Paese? Iniziò così a incontrare gli studenti di tutte le età per raccontare cosa era accaduto a Sant’Anna. Nei primi anni Duemila, partì per la Germania. Andò in un centro giovanile e incontrò centinaia di ragazzi e di ragazze. Da allora ci è tornato otto volte, nonostante gli acciacchi dell’età. Sempre in auto. Una valigia ventiquattrore, un solo cambio e tanti racconti, in un viaggio, geografico e temporale, che è una psicoanalisi collettiva. «Mi mancano tanto i ragazzi: finché riesco, continuerò a incontrarli», racconta nel giorno in cui riceve l’onorificenza dal capo dello Stato. Pieri e Mattarella si erano incontrati lo scorso febbraio a Sant’Anna, in occasione del cinquantesimo anniversario della consegna della medaglia d’oro al valor militare al Comune e del ventennale della legge istitutiva del Parco nazionale della pace. «A Sant’Anna – disse in quell’occasione Mattarella – si trova una radice della Repubblica». E in quella radice c’è anche Pieri.
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