Il Tirreno

Versilia

Il saluto di Polacci ai suoi pazienti: «Chi è medico, non va mai in pensione»

Franco A. Calotti
Il saluto di Polacci ai suoi pazienti: «Chi è medico, non va mai in pensione»

II conosciutissimo dottore fortemarmino: scriverò una lettera ai miei assistiti per ringraziarli 

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l’intervista

«Ogni percorso ha un punto di arrivo e il mio è fissato al 31 dicembre di quest’anno». Inizia così la chiacchierata con il dottor Amleto Polacci, forse il più noto tra i sei sanitari versiliesi in procinto di andare in pensione. «Mi sono laureato nel 1978 e dovevo fare l’anestesista, come del resto avevo già iniziato a fare all’ospedale con l’equipe del professor Palumbo - spiega Polacci - ma poi di lì a poco mi si offrì l’occasione di poter fare il medico di famiglia nel mio paese e non ho saputo resistere. Così ho iniziato facendo delle sostituzioni per l’indimenticato Piero Toni,e poi, quando lui andò in pensione, prendendomi cura praticamente della gran parte dei suoi assistiti. Nascono così i miei 42 anni di professione, di cui quasi quaranta come medico di famiglia».

La sua è una generazione ponte tra la tradizione e il nuovo...

«Sì da quei medici che erano dei veri clinici credo di aver ereditato il senso dell’intuizione e la sensibilità verso il malato, certo un approccio ben diverso dai medici informatizzati di oggi».

Avrebbe potuto restare fino ai 70 anni: perché quest’addio in lieve anticipo?

«Mi sto accorgendo che sto invecchiando e la mia paura è quella di non poter dare più il massimo. Nel nostro mestiere non bisogna mai farsi sopraffare dalla stanchezza. Devi essere sempre attento e questo mi ha fatto decidere, oltre al fatto che la professione del medico di famiglia si è molto burocratizzata e c’è sempre meno uso del lettino e sempre più uso del computer. Finisce con un po’ di emozione un cammino fatto con tutti i miei assistiti. Molti li ho visti crescere e diventare adulti, altri li ho dovuti accompagnare purtroppo alle soglie di un’altra dimensione. Per tutto questo ringrazio quelli che hanno condiviso questa esperienza aiutandomi a crescere come uomo e come medico».

Continuerà da libero professionista?

«Un medico non va mai veramente in pensione, ma penso di potermi dedicare allo studio, soprattutto delle cosiddette medicine non convenzionali».

Chissà quanti vip visitati sul lettino dell’ambulatorio…

«Beh, operando a Forte dei Marmi è normale fare incontri con personaggi famosi e celebrati, così come tanti principi e regnanti arabi ospiti dei nostri hotel e mettere in memoria tanti episodi che l la privacy impediscono di riferire. C’è però un episodio curioso: una mamma mi portò uno dei suoi due gemelli e mi disse “visiti questo, tanto quell’altro è uguale!”».

I suoi pazienti la chiamano Amleto?

«Sì, quando mi chiamano per nome mi sento nel pieno della missione del medico di famiglia, mi sento, anzi, uno di famiglia e così un consiglio, una ricetta, una visita assumono un tono diverso».

Un addio segnato dal covid...

«Purtroppo sì. Proprio in questi giorni mi sono fatto due conti dal valore statistico relativo, ma indicativi: fino a settembre ho fatto 120 tamponi e alla fine ho dovuto registrare 9 positivi e purtroppo due morti. Da settembre invece con 370 tamponi, ho visto 54 positivi e fortunatamente nessun decesso, dal che ne ho dedotto che forse il virus oggi è più contagioso e meno letale, ma non vuol dire che si debba abbassare la guardia perché resta pericolosissimo per i soggetti più deboli. Noi siamo ancora in piena battaglia: assieme ai colleghi medici di famiglia del Forte abbiamo appena creato il drive-through, nella centralissima Pineta Tarabella con la collaborazione della Croce Verde per fare i tamponi antigenici ai nostri assistiti in maniera più veloce e sicura, e fino al 31 sarò in trincea con i miei pazienti».

A loro “Amleto” riserverà l’ultimo gesto?

«Una lettera aperta di addio in cui li ringrazierò di questo lungo cammino fatto assieme e chiederò anche scusa a chi forse ho deluso per miei limiti o per stanchezza, ma mai, assolutamente mai, per negligenza». —

Franco A. Calotti



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