Gioco
Franco Malfatti, una vita nella cartapesta: due trionfi fra i grandi e tanti carri memorabili
Era l’allievo prediletto di Sergio Baroni con cui ha iniziato la carriera giovanissimo. La vittoria più bella con «Sortilegio», un mix di colori, effetti speciali e magia
Claudio Vecoli
Un fulmine a ciel sereno. Un colpo allo stomaco. Perché nulla, fino a ieri, lasciava anche soltanto immaginare che il cuore di Franco Malfatti, 56 anni, uno dei carristi più apprezzati del Carnevale di Viareggio, si sarebbe fermato così. Bruscamente. Come si bloccano all’improvviso i movimenti dei carri quando i tre colpi di cannone chiudono un corso mascherato e la festa finisce.
Già, proprio così. Ieri mattina poco prima di mezzogiorno Franco Malfatti era nella sua abitazione di Capezzano insieme alla moglie e ai due figli piccoli quando ha accusato una fitta lancinante al petto. Nulla, fino ad allora, che lasciasse presagire niente. E per lui non c’è stato nulla da fare.
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La notizia della sua morte improvvisa si è diffusa in un battibaleno. Ed ha raggiunto in un attimo la Cittadella del Carnevale, dove il giorno prima Franco era stato visto come tutti i giorni a lavorare al suo nuovo carro - «L’Orlando furioso», ispirato al poema dell’Ariosto - carro con cui avrebbe tentato la scalata per un ritorno in grande stile fra i carristi di prima categoria dove aveva gareggiato - conquistando anche due primi premi - per vent’anni.
E invece Franco Malfatti alla Cittadella ci è tornato poche ore dopo, stavolta dentro un feretro. Perché i tanti che lo hanno conosciuto potessero rendergli omaggio nella camera ardente allestita in uno degli hangar dove ha trascorso gran parte della sua vita. Un commosso corteo che proseguirà anche nella mattinata di oggi, prima che nel pomeriggio la salma venga portata nella chiesa di Sant’Andrea a Viareggio dove si celebreranno - in forma necessariamente ristretta a causa del coronavirus - i funerali.
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Una vita trascorsa in mezzo alla cartapesta, la sua. Dotato di un senso del colore fuori dal comune ereditato da Sergio Baroni, suo primo e grande maestro, Franco Malfatti entra a far parte del mondo del Carnevale giovanissimo. Una passione, questa, ereditata dal padre Sauro, che per tanti anni è stato colui che curava i piccoli movimenti dei carri di Baroni. Ed è proprio con lui che anche Franco muove i suoi primi passi.
L’esordio avviene nel 1981, quando lavora a “E’ arrivato col sole e con l’amor dal mare”, carro che sfilerà fuori concorso nell’edizione del 1982. In quegli anni Malfatti si occupa un po’ di tutto: dalle forme in gesso fino alla colorazione. E frequenta anche la Scuola della cartapesta. Il suo debutto ufficiale in concorso, però, risale al 1985, quando si cimenta in una maschera isolata dal titolo “I tempi cambiano” (realizzata su disegno di Sergio Baroni e materialmente costruita dentro l’hangar del maestro, piccolo grande privilegio concesso solo a pochi) che si piazza al terzo posto.
Il talento non manca. Nel 1986 potrebbe già esordire fra le mascherate di gruppo. Il suo bozzetto – dal titolo “Tutti i nodi vengono al pettine” – viene infatti accettato dal Comitato Carnevale. Malfatti si mette al lavoro. Ma il 17 dicembre 1985, quando ha già realizzato tre teste dei mascheroni, riceve la “cartolina rosa” e deve partire per il servizio militare. Lasciando la mascherata a metà. Nel 1987, al ritorno e con un anno di ritardo, ecco finalmente l’esordio nella categoria. Una “prima volta” ricca di soddisfazioni, visto che i suoi “I lupi di mare” conquistano subito una vittoria.
Il nuovo salto di categoria arriva nel 1989, quando con “Caccia al tesoro” conquista il terzo premio dietro a Gionata Francesconi ed Emilio Cinquini. Tanto basta per farlo salire, nel 1990, fra i carristi di seconda categoria. Dove resterà per poche stagioni. Nel 1994 il suo splendido “Il genio” – notevole per la scelta dei colori e la spettacolarità – cattura giuria e pubblico e vince il primo premio. L’anno successivo si piazza secondo col Frankenstein de “La creatura” che gli assicura la promozione in prima categoria.
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Nell’Olimpo del Carnevale di Viareggio resterà per vent’anni. Alternando carri rimasti nella storia e nell’immaginario dei viareggini con altri meno riusciti. Fra quelli da ricordare - siamo nel 1999 - “Alta tensione”, un grosso scheletro viola seduto su una sedia elettrica che vuol essere una dura denuncia contro la pena di morte. Il carro piace a pubblico e giuria e sfiora la clamorosa vittoria, piazzandosi al secondo posto e aggiudicandosi due riconoscimenti paralleli: il prestigioso premio della critica attribuito dalla stampa e il premio Pardini per la migliore scenografia. Ma è nel 2001 che Franco Malfatti si impone all’attenzione generale grazie a “Le rovine d’Italia”, uno splendido carro che colpisce per l’effetto cromatico (il rosso del diavolo centrale con il bianco e oro del tempio che fa da sfondo alla scena), per la spettacolarità (vincerà anche il premio Pardini per la miglior scenografia) e per i movimenti. Risultato: il “Diavolo”, come sarà ribattezzato a furor di popolo, si piazza al primo posto. E fra i tanti complimenti che arrivano a Malfatti ci sono anche quelli di Monicelli che, ospite di uno dei corsi mascherati, sottolinea la regia che si cela dietro alla costruzione.
L’altro trionfo arriva nel 2008, quando sforna il suo carro-capolavoro. È infatti l’anno di Sortilegio, un mix azzeccatissimo di colori, luci, effetti speciali che, in omaggio al titolo, regala al pubblico dei viali a mare una magia supplementare: il carro si apre e si chiude e, ad ogni passaggio, il personaggio cambia da pagliaccio a scheletro. Un’apoteosi e secondo successo.
Poi tanti altri carri rimasti negli occhi e nel cuore di molti viareggini ma che non hanno avuto altrettanta fortuna con le giurie. Dal coloratissimo acquario di «Abissi» (2011) al toccante «Non ri scordar di me» (2013) dedicato al dramma delle carceri (clamorosamente penultimo). Penalizzazioni che finiscono per demoralizzare Malfatti. Tanto che arriva la retrocessione in seconda categoria. Il prossimo anno sarebbe dovuta ripartire la scalata per un posto fra i carri grandi. Ma stavolta ci si è messo di mezzo un ostacolo che nessuno poteva prevedere. —
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