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10 anni senza Monicelli / «Io, Mario Tobino e la guerra di Libia: ecco il mio congedo dal mondo del cinema»
Così quattro anni prima della morte parlò il regista all’anteprima fiorentina di «Le rose del deserto»
Dieci anni senza Mario Monicelli. Tanto è infatti passato da quel 29 novembre 2010 in cui il regista - afflitto da un tumore alla prostata allo stato terminale - decise di porre fine alla sua vita lanciandosi dalla finestra della stanza dell’ospedale di Roma dove era ricoverato. Vogliamo ricordarlo ripubblicando l’intervista che concesse al Tirreno in occasione della prima fiorentina del suo ultimo film - Le rose del deserto - tratto fra l’altro da un romanzo di Mario Tobino, altro viareggino d’importazione di cui quest’anno ricorrono i 110 anni dalla nascita. Una intervista che risale - ironia del destino - alla sera del 29 novembre 2006, quattro anni esatti prina della morte (e pubblicata sul Tirreno il 1 dicembre).
dall'inviato a Firenze
Claudio Vecoli
In fondo il film è nato proprio nella sua Viareggio. Quando, nel giorno in cui si festeggiava il 90° compleanno, dalla “croisette” di Europacinema, Mario Monicelli disse. «Volete farmi davvero un regalo? Trovate il modo di esaudire un mio sogno: girare un film tratto da “Il deserto della Libia” di Mario Tobino». Un anno e mezzo dopo, quel progetto è diventato realtà. E Le rose del deserto - dopo la prima a Roma alla quale ha voluto partecipare anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'anteprima di mercoledì al Verdi di Firenze - da oggi (1 dicembre, ndr) sarà in duecento sale italiane.
Allora Monicelli, è stata dura, ma ce l'ha fatta.
«Dura? Durissima. Non è stato facile trovare qualcuno disposto ad investire su un regista più che novantenne. Magari non te lo dicono, ma hanno paura che tu ti ammali, che ti prenda un ictus, o chissà cosa. E allora preferiscono investire in altri progetti».
Perché proprio un film tratto da “Il deserto della Libia” di Tobino?
«Perché quando l'avevo letto alcuni anni fa mi aveva subito colpito. Tobino parla di una guerra che ho vissuto anch'io. E proprio in Africa. Ma, soprattutto, Tobino racconta il vero volto degli italiani in guerra. Un esercito fatto di comandanti straccioni e corrotti e di soldati mal equipaggiati lasciati in balia del destino. Ben diverso da quello che la propaganda fascista all'epoca voleva far credere».
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Il libro di Tobino narra una storia drammatica. Nel film, invece, si ride molto. Anche se spesso si tratta di un sorriso amaro...
«La storia, con qualche licenza personale e qualche episodio rubacchiato anche da un racconto di Giancarlo Fusco, è abbastanza fedele al libro. Io, però, l'ho trattata seguendo il mio registro che è quello della commedia all'italiana. Che è poi da sempre il mio modo di raccontare la realtà. Spero di esserci riuscito».
Già, la commedia all'italiana. Un genere che ha inventato quasi cinquant'anni fa e che gode ancora di ottima salute...
«Guardi che io non ho inventato proprio nulla. Colui da cui nasce questo genere, in realtà, è nientemeno che Dante Alighieri. È stato lui a raccontare per primo vizi e virtù degli uomini. E la sua commedia aveva ed ha ben poco di divino. Io, come altri registi, ho solo trasportato questo modo di raccontare tutto letterario in un linguaggio cinematografico. E altri continueranno a farlo dopo di me».
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Parliamo del film. Intanto perché non ha utilizzato il titolo originale del libro di Tobino?
«Perché la produzione cercava un titolo più accattivante. E, rispetto al più didascalico “Il deserto della Libia” scelto da Tobino, abbiamo puntato su Le rose del deserto perché aveva anche un alone poetico che spero trasmetta anche il film».
E poi non è girato in Libia...
«Purtroppo non era materialmente possibile. Lì non sono attrezzati per ospitare una produzione cinematografica. E poi chissà, forse Gheddafi avrebbe voluto anche metterci lo zampino. Così ci siamo spostati in Tunisia».
La lavorazione non è stata particolarmente agevole.
«Affatto. Abbiamo dovuto girare in mezzo a tempeste di sabbia, con un gran caldo che ti fiaccava dentro. E poi la dissenteria, primo fra tutti i problemi. Insomma, non è stata affatto una scampagnata. E, soprattutto, non venitemi a parlare del mal d'Africa...»
E con gli attori come è andata?
«Guardi, gli attori vanno trattati male. Per definizione. Perché un attore è prima di tutto un esibizionista, senza una propria anima. Non a caso prima della rivoluzione francese venivano sepolti in terra sconsacrata».
Veniamo ai personaggi. Non tutti ispirati dalla penna di Tobino.
«Alcuni, come è ovvio, li ho presi dal romanzo. A cominciare dal tenente medico, che è poi lo stesso Tobino. Ma ho voluto inserire anche alcuni personaggi che nel libro non esistevano. Primo fra tutti il frate interpretato da Michele Placido. Per lui mi sono basato su un personaggio che avevo personalmente conosciuto in un mio viaggio in Abissinia. E anche l'arabo-siciliano che compare già nelle prime scene del film è un retaggio di un altro mio soggiorno in Africa».
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Novantuno anni: ora che Le rose del deserto è in sala, che cosa vuol fare?
«Voglio iscrivermi al conservatorio. Perché la musica mi piace molto, ma non la conosco quanto vorrei. E allora forse è arrivato il momento di approfondire questo mio rapporto con il mondo delle sette note».
E il cinema?
«Adesso basta. Ho fatto più di sessanta film, ho esaudito tutti i miei desideri, non ho più alcun progetto nel cassetto. Insomma, da questo punto di vista sono completamente appagato. E poi fare cinema oggi non è più come farlo una volta...»
In che senso?
«Un tempo incontravi il produttore, gli esponevi il tuo progetto, ci discutevi fino a litigarci, qualche volta riuscivi a spuntarla altre volte la spuntava lui. Ma c'era un rapporto franco e diretto. Adesso per girare un film devi parlare con mille addetti a questa o a quella cosa, tutto è maledettamente burocratizzato. E io non ho più voglia di perdere tempo».
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