Sicurezza
Addio a Ernesto Guidi, il nonno della Versilia si è spento a 106 anni
Era stato prigioniero in Africa e poi a guerra finita aveva lavorato come cavatore. Agli amici ripeteva: la libertà è il bene più prezioso
STAZZEMA. «Ieri sera l’ho salutato dicendo: “Ciao babbo, ci vediamo domani, dormi tranquillo e sereno”. Poi la notte c’è stato un peggioramento e la mattina il suo cuore ha smesso di battere». Si è spento così, racconta il figlio Aniceto, Ernesto Guidi, domenica mattina, all’età di 106 anni, traguardo che aveva festeggiato appena venti giorni prima. Era il nonno centenario di Pruno e di Stazzema.
Cavatore nelle cave di Cipollino ed ex prigioniero di guerra in Africa, amava spiegare a tutti il valore primario della libertà e della salute. Gli ultimi anni, nel paesino di Pruno il giorno del suo compleanno era una festa, un orgoglio per gli abitanti. Quest’anno, causa covid, il ritrovo al ristorante Poveromo era saltato, ma dalla sua casa – dove è morto, perché in vita sua Ernesto solo due volte era andato all’ospedale e non voleva tornarci – aveva augurato a tutti gli amici di poterli rivedere per fare un brindisi con loro a primavera. «La libertà ricordatevi che è un bene prezioso – diceva sempre Ernesto – perché io lo so cosa vuol dire».
Lo aveva ripetuto anche durante il compleanno dei 105 anni, sia davanti ai paesani a Pruno che poi in consiglio comunale a Stazzema, quando l’amministrazione gli aveva reso omaggio per essere il cittadino più longevo del comune. Il perché per lui la libertà era un valore così importante lo aveva spiegato a Il Tirreno, in occasione dei cento anni. Aveva raccontato degli anni lontano da casa, oltre cinque di vita militare e di guerra in Libia, nell’inferno dell’Africa. Di cui tre anni di prigione lavorando nei campi vicino al deserto del Sahara. Partì che aveva 27 anni, cadde prigioniero e dovette fare una traversata infinita nel deserto, da cui sopravvisse grazie alla forza di volontà. «Ho fatto 600 chilometri a piedi senza mangiare e bere – aveva raccontato Ernesto – per levarmi la sete tenevo uno stecco in bocca, e per resistere al dolore delle ferite dei piedi mi ero costruito delle ciabatte da solo con ago e forbici». Che però si rovinavano spesso e lui doveva ricucirle. Arrivato in Algeria fu chiuso in un campo di concentramento. «Ci trattavano come degli schiavi e ho visto molti miei compagni morire nel tragitto, di sete o di congestione per le abbuffate di acqua; nessuno poteva aiutarli perché dovevamo continuare a camminare per non essere fucilati».
Questa fu la giovinezza di Ernesto, fino al 1947, dopo che la prima guerra mondiale finì e lui poté ritornare a Pruno. Per questo oggi il figlio Aniceto dice che Ernesto «ha fatto 106 anni di pietra. È stato cosciente fino a sabato. Era veramente una forza e li ha vissuti alla grande perché non ha mai sofferto di malattie».
Se gli chiedevi come aveva vissuto il periodo del fascismo, Ernesto aveva solo una risposta: «Abbiamo sofferto tanta miseria, davvero tanta miseria. Meno male che quassù avevamo le castagne per sfamarci».
E poi nel dopoguerra a Stazzema fiorirono le cave, a Pruno e all’Isola Santa quelle di cipollino (oggi inattive), un marmo straordinario di colore verde acqua e grigio. Lui era uno dei cavatori ancora in vita ad aver lavorato quando si faceva tutto con martello e scalpello. Insomma era un pezzo di storia che Stazzema ieri ha perso.
Ernesto lascia i figli Nedo, Aniceto, Alberto, Iliana e Aldo, le nuore Silvia, Enza e Franca, e i nipoti Lara, Barbara e Nicola che è il più piccolo in casa Guidi. L’ultimo saluto ci sarà oggi alle ore 15 direttamente al cimitero di Pruno, all’aperto, dove ci sarà una piccola preghiera e i famigliari invitano amici e conoscenti a partecipare. —
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