Italia
Le parole di Corrado Benzio, giornalista narratore
Il 18 novembre dell'anno scorso si spegneva a soli 61 anni il grande cronista viareggino. Lo ricordiamo con alcuni passi tratti da suoi articoli pubblicati sul Tirreno
Un anno fa ci lasciava Corrado Benzio, maestro e collega di una vita, alfiere dei valori e della vocazione di libertà del Tirreno. E anche, più semplicemente, un nostro amico vero. Lo ricordiamo con alcuni passi tratti da articoli pubblicati su queste pagine, nel corso di tanti anni. Ciao Corrado, ti vogliamo bene.
27 aprile 2001
Un addio in silenzio
Armando Lavorini se ne è andato in silenzio, come in silenzio aveva vissuto la sua vita, prima e dopo quel 31 gennaio 1969. Oggi in tempi di sentimenti e tragedie da sventolare in piazza, avrebbe trovato un Bruno Vespa disposto a dargli decine di milioni per qualche lacrima in diretta tv. Lui chiese solo di essere dimenticato. E i viareggini, si può dire che hanno esaudito il suo desiderio.
9 dicembre 2003
L’ultima notte del Patriarca
Fra qualche anno c’è chi ricorderà con nostalgia. «E dopo Bussoladomani andavamo al Patriarca». Nostalgia perché ieri sera, senza dire niente a nessuno, con un’uscita di scena degna della sua grande amica Mina, ha chiuso i battenti il ristorante Patriarca a Viareggio. Uno dei simboli della Versilia più rutilante, più ricca, ancora appetita dalle masse, frequentata da divi dello spettacolo e arabi con la barca.
16 ottobre 2007
elogio del bombolone
Molte pasticcerie li hanno, con o senza buco, con o senza ripieno. Ma non vengono fritti al volo, al momento; vengono preparati prima e presentati insieme a vassoi di budini e croissant. La vera goduria è mangiarli caldi, con la crosticina croccante che si scioglie in bocca, mentre la carta si impregna di olio bollente. Quando la pasta è croccante e la mollica scarsa: quello è un vero grande bombolone. Oggi lo si definirebbe un capolavoro dello street food. Che andiamo recuperando, grazie a dio.
27 aprile 2012
ne valeva la pena
Suoneranno Bella ciao. E forse ricorderanno la amarissime parole che Didala Ghilarducci ha lasciato in una sorta di testamento spirituale al nostro giornale: «mi domando oggi se ne valeva la pena». Certo che ne valeva la pena, Didala. Ne valeva la pena andare in montagna, vedere morire l’uomo che si amava, restare con un bambino piccolo, difendere tutti i giorni la Resistenza da ogni offesa e da ogni forma di revisionismo che volesse equiparare i partigiani ai repubblichini.
7 luglio 2013
La Notte Rosa degli altri
Molti a Rimini hanno atteso l’alba per vedere il sorgere del sole. «Ma un mare senza tramonto che mare è? » tuonava sarcastico Mario Monicelli quando paragonavano la sua Viareggio alla Rimini di Fellini. E in una battuta diceva tutta la differenza fra le coste.
27 maggio 2014
Bedi e la ruota del Prater
Una foto di quel giorno a Vienna ritrae Maria Rosa Moratti (per tutti Bedi) insieme a mamma Erminia. Alle spalle delle due donne spunta Alfred Hitchcock. Sì, proprio lui. Il regista del brivido appare come nei film che firma con la sua presenza in pochi fotogrammi. Pare che l’autore di Caccia al ladro e di Psycho fosse tifoso interista. «Peccato che abbia perso quella foto, dice tanto su quella partita. In realtà nessun thriller: eravamo convinti di vincere, nonostante di fronte avessimo il Real Madrid».
17 giugno 2014
Un uomo straordinario
L’estate del 1944 era arrivata, ma nessuno pensava alle vacanze. A Lucca, in Versilia a Massa si aspettava con ansia l’arrivo degli americani. Che non arrivavano mai. Guglielmo Lippi Francesconi, medico psichiatra, posizione personale e professionale altissima, non temeva tanto i tedeschi quanto i fascisti lucchesi. Il suo telefono era sotto controllo – le intercettazioni non sono moda solo oggi – immaginava di essere spiato e pedinato. Quando seppe di un mandato di cattura nei suoi confronti, si dette alla macchia, con i figli più grandi. Iniziano da questa fuga gli ultimi giorni di un uomo straordinario, fucilato dai nazisti.
14 agosto 2014
Stefania e Viareggio
C’era fame di tutto, nella rutilante Viareggio che si affacciava ai Sessanta. Pensioncine e affittacamere con pasti erano esaurite a Ferragosto, ma nel senso vero della parola. Si affittava anche la rete sotto la scala che portava al primo piano. Un materasso per dormire e una lurida tenda per difendere una privacy impossibile. Al ristorante Garibaldino, la cameriera fece cadere una pila di piatti quando vide entrare Marcello Mastroianni. C’era fame, voglia di vivere, l’idea che il boom non sarebbe finito. I tappezzieri di Quarrata e i cenciaioli di Prato si tuffavano al bagno Martinelli e al Nettuno, consapevoli che a settembre gli ordini sarebbero fioccati. C’era una fame atavica che neanche i polli allo spiedo dello Zio Pietro, riuscivano a sfamare. Nella mitica rosticceria di via San Martino, a due passi dalla spiaggia ma anche dal mercato, viveva e cresceva Stefania Sandrelli.
31 agosto 2014
Nel cimitero dei carnefici
Oskar Seitz era nato il 3 dicembre 1916, in pieno conflitto mondiale, il primo. Questo ragazzo tedesco non sapeva che sarebbe morto a meno di 18 anni nella Seconda guerra mondiale. Il granatiere Seitz è deceduto il 3 dicembre 1944 sulla linea Gotica. Le sue ossa, insieme a quelle di altri 31mila camerati, riposano nel cimitero di guerra germanico sul passo della Futa, fra Firenze e Bologna. Davanti alla piccola lapide di granito grigio si trattiene Enrico Pieri, classe 1933, uno dei pochi superstiti della strage di Sant’Anna di Stazzema. Da più di 20 anni si batte perché i 560 morti del 12 agosto 1944 siano ricordati ma anche perché sia fatta giustizia sulle Ss che commisero quel crimine. Pieri ha accettato di buon grado di partire da Pietrasanta, dove vive, per arrivare sopra Barberino del Mugello. «Ho quasi odiato i tedeschi – ricorda – quando lavoravo in Svizzera, avevo difficoltà ad avvicinarmi al confine tedesco. Poi quel sentimento si è attenuato». Che cos’è la pace? Il 12 agosto scorso Pieri a Sant’Anna ha accolto ragazzi italiani e tedeschi su un grande prato e ha dato da mangiare a tutti. È stato in Germania a parlare della strage. Chiede ancora giustizia, non vendetta.
23 dicembre 2014
La setta dei mangiatori di cèe
C’è stato un lungo scambio di telefonate, quasi mute. «Forse oggi ci sono i capelli bianchi» insisteva l’interlocutore per portarmi a pranzo, ma un paio di volte l’appuntamento è andato buca. I capelli bianchi non c’erano. Ma alla fine, alle 13 di mercoledì l’operazione è andata in porto. E allora sono costretto a denunciarmi: lo ammetto, ho mangiato un piatto di spaghetti con le cèe.
26 gennaio 2016
La bambina viareggina morta nel lager
Morì di stenti nel lungo viaggio da Milano, Repubblica di Salò, ad Auschwitz-Birkenau, Polonia. Ma sarebbe cambiato poco il destino della piccola Luciana. Una volta superato il cancello del campo di sterminio sarebbe stata selezionata e mandata nelle camere a gas come tutti i non abili al lavoro. Luciana Pacifici aveva solo 8 mesi, era nata a Napoli, ma figlia di un viareggino e catturata a Cerasomma, Lucca. Di fatto la vittima più piccola della Shoah nella nostra città. A lei e al padre non venne risparmiato niente. (. . .) Sarebbe il caso che Viareggio – città delle troppe smemoratezze – le dedicasse una strada. Siamo pieni di strade e scuole intitolate a gente inutile, ma non ricordiamo che a Viareggio la presenza ebrea era importante, con tanto di tempio per la preghiera, poco fuori il Tabarracci e cimitero ebraico al Marco Polo.
30 marzo 2016
Essere viareggini
Siamo i senzamemoria in un paese, la Toscana, dove nessuno dimentica. (. . .) Tutto il mondo è paese? No, tutto il mondo cerca di migliorarsi e non piangersi solo addosso come fanno i viareggini. È giusto ricordare, anche rinvangare, anche sottolineare cosa siamo stati. E non un secolo fa, ma almeno fino a un quarto di secolo fa. Poi il fatto che in porto siano allineati i velieri dovrebbe riempirci d’orgoglio. Soprattutto farci lavorare perché tutta la Darsena riparta, dal chiosco dei giornali fino al kebab, dalla pizzeria al grande ristorante. Per questo abbiamo raccontato tramite storie, aneddoti, personaggi, tre luoghi simbolo di Viareggio: stazione, pineta di Ponente e Passeggiata. Ma potrebbero essere molti di più i racconti. Dalla Darsena al Padule, dalla Lecciona a Torre del Lago. Ricordare i fasti, le occasioni colte e le tante perse, i personaggi belli e coraggiosi ma anche i malviventi che hanno infestato questa terra. Perché la Versilia è anche nera, e con un suo fascino perverso, demoniaco, esoterico. Come è libertaria e anarchica. Come è provinciale e gretta. Come è un mondo e come è la vita di tutti: sempre diversa.
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