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Boom di sospetti Covid in pronto soccorso Il primario: «Evitate di intasare il reparto»
Trenta casi al giorno, uno su quattro è positivo. Pepe: «Accogliamo tutti, ma venga chi sta male davvero o si rischia il tilt»
viareggio
«La popolazione versiliese è stata encomiabile durante la prima ondata del virus: ci ha permesso di lavorare nelle condizioni giuste. Le chiediamo di comportarsi così anche stavolta». Giuseppe Pepe, primario del pronto soccorso dell’ospedale Versilia, assieme ai suoi colleghi sta facendo i conti con l’aumento dei casi sospetti Covid. Circa trenta accessi al giorno al pronto soccorso sono per problematiche respiratorie o sintomi della malattia, che poi sono simili all’influenza: poche settimane fa richieste del genere si contavano sulle dita di una mano. Di questi trenta, solo uno su quattro in seguito risulta positivo al coronavirus.
«Tutti questi casi, se davvero presentano sintomi che meritano un approfondimento, devono essere inseriti nel percorso Covid in attesa del tampone – dice Pepe – Più sono quelli che ci entrano, più difficile si fa la situazione. Il carico di lavoro aumenta e noi non possiamo moltiplicarci. Inoltre più persone nello stesso spazio amplificano i rischi a cui andiamo incontro tutti, operatori e pazienti. Ricordo che bisogna proteggere il pronto soccorso dalla possibilità che si accenda un focolaio e venga chiuso». Come avvenuto nella cardiologia dell’ospedale Sacco di Milano.
«È necessario, per questi motivi, che da noi arrivino persone che stanno male davvero – spiega Pepe – Noi accogliamo tutti e non ci tiriamo mai indietro, ma è fondamentale che non si presentino casi come quello di un giovane che ha un banale mal di gola e arriva in ambulanza per essere visitato qui. In questo reparto abbiamo la necessità di visitare e curare chi ha complicanze serie, di qualsiasi genere siano. Il Covid non fa eccezione: non possiamo vedere, per poi magari ricoverare, tutti i casi positivi. Ce ne sono alcuni, infatti, che possono stare a casa e fare il percorso di guarigione tra le mura domestiche; altri possono essere collocati negli alberghi sanitari, altri ancora affidati alle Usca (le unità medico-infermiere che fanno le visite a domicilio, ndr). È quello che stiamo facendo per impedire che l’ospedale vada in crisi: inviamo al ricovero solo chi ne ha davvero bisogno. Ma per fare questo serve la collaborazione di tutti».
Il primario Pepe, a questo proposito, fornisce alcune indicazioni in caso di sintomi sospetti. «Oggi sappiamo che il Covid è riconoscibile: può causare febbre, difficoltà respiratorie come affanno, respiro veloce, polso irregolare. A questo proposito è sufficiente fare una camminata nel corridoio di casa: se in pochi minuti viene l’affanno allora è il caso di fare gli accertamenti. Ci sono strumenti come il saturimetro, che misura la percentuale di ossigeno nel sangue, a disposizione di tutti. E la polmonite interstiziale, causata dal Covid, è individuabile a orecchio da qualsiasi medico. Questo per dire che è importante preservare il ruolo del pronto soccorso come reparto salva-vita e consentire agli altri operatori sanitari del territorio di monitorare la salute dei pazienti. Altrimenti rischiamo di andare in tilt». —
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