Il Tirreno

Versilia

Le tre vere cause che fecero morire la Cooperativa di Consumo di Pietrasanta

Giuliano Rebechi
Le tre vere cause che fecero morire la Cooperativa di Consumo di Pietrasanta

Il terzo e ultimo libro di Giuliano Rebechi dedicato all’azienda versiliese che chiuse i battenti nel 1967 

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LA STORIA

Il terzo e ultimo volume di Giuliano Rebechi su La Cooperativa di Consumo di Pietrasanta (1955-1967). Fatti, uomini e idee del Novecento versiliese (Pezzini Editore, p. 396) viene presentato in Sant’Agostino, a Pietrasanta, oggi alle 17. Relatori il prof. Umberto Sereni, Università di Udine, e il dottor Fabio Simonini, presidente dell’associazione culturale “Rolando Cecchi Pandolfini” che organizza l’evento in collaborazione con Anpi Pietrasanta. Sarà presente l’autore.



Sul finire degli anni Sessanta dello scorso secolo in Versilia si fece un gran parlare sulla chiusura della Cooperativa di Pietrasanta (1967), un colosso nel ramo del consumo in Italia. Si organizzarono dibattiti e si riempirono le pagine di giornali e di riviste con le opinioni più disparate. La versione di gran lunga prevalente fu che il “fallimento” era tutta colpa dei partiti che avrebbero anteposto i propri interessi ad una oculata gestione dell’Azienda. Altri incolparono addirittura gli stessi dipendenti: da quelli occupati nei magazzini e nelle produzioni (pane, pasta, insaccati, liquori e molto altro) a quelli che gestivano i 140 spacci disseminati sui territori di ben tre province: Lucca, Pisa e Massa Carrara. Tutti avrebbero in qualche misura contribuito a far morire il grande gigante.

Niente di tutto ciò risponde alla realtà dei fatti. O vi corrisponde solo in minima parte. I partiti e la politica, fin dal secondo dopoguerra, avevano piuttosto favorito la rinascita del sodalizio cooperativo e letteralmente sfamato centinaia di famiglie operaie. Certo, non mancarono allora e sempre più in seguito aspetti degenerativi come l’eccessivo gonfiamento degli organici frutto di decisioni clientelari, ma l’impegno dei cooperatori eletti nei consigli di amministrazione e dei loro presidenti non venne mai meno. Certo, non mancarono neppure le ruberie di questo o quel dipendente e negli spacci non furono rari i casi di ammanchi e di irregolarità amministrative, coperte a volte dagli stessi ispettori aziendali. Ma furono casi circoscritti e ben individuati, risolti col licenziamento in tronco dei responsabili e col recupero delle somme di denaro indebitamente sottratte.

Quali furono, invece, le cause di fondo che minarono alle fondamenta un edificio che era riuscito a sopravvivere alle tempeste di due conflitti mondiali e a vent’anni di fascismo? E come poté dissolversi in pochi anni la potenza economica e organizzativa di un’azienda che già a fine anni Quaranta vantava incassi per quasi un miliardo e mezzo di lire e che poteva contare su una base sociale di oltre ventiduemila aderenti? Tre sono le cause essenziali che concorsero a scrivere la parola fine a una storia lunga sessant’anni.

La Cooperativa di Consumo di Pietrasanta, dopo le distruzioni e i traumi della guerra, non seppe affrontare il passaggio da un’economia autarchica, protetta e autosufficiente, ad una di libero mercato e di concorrenza, portandosi dietro limiti e contraddizioni quali un sistema distributivo e una rete di vendita eccessivamente complessi, in molti casi non più remunerativi, e metodi industriali di produzione obsoleti e con un organico di personale che, anno dopo anno, incideranno sempre più pesantemente sui costi fissi di gestione.

A questa prima causa se ne aggiunse una seconda: l’ottusa tendenza dei cooperatori locali a “fare da soli” rifiutando un rapporto organico con le organizzazioni del movimento cooperativo italiano, fatto che avrebbe assicurato alla “Pietrasanta” servizi, appoggio finanziario, organizzativo e politico.

Una terza causa è senz’altro da individuare in una inadeguata capacità gestionale, in altre parole in un insufficiente livello di qualità di ciò che oggi chiameremmo il management (peraltro l’azienda dal 1924 in avanti non avrà più un direttore generale e la sua conduzione risentì negativamente di una sorta di “doppia direzione”, commerciale e amministrativa).

A queste tre radici maligne è in sostanza riconducibile la risposta alla domanda iniziale che in molti e per lungo tempo si posero: perché è fallita la Cooperativa? Vi sono poi, come sempre accade, seconde e terze cause che però non cambiano il discorso ora accennato. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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