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Versilia

Falsi capi firmati, dalla Toscana al mondo Organizzazione smantellata dalla Finanza

Falsi capi firmati, dalla Toscana al mondo Organizzazione smantellata dalla Finanza

Le indagini partite un anno e mezzo da Forte dei Marmi: vip e calciatori in vacanza in Versilia sorpresi fra gli acquirenti

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viareggio

Un anno e mezzo di indagini, pedinamenti, intercettazioni e controlli sugli archivi informatici, ha portato la Finanza di Viareggio a scoprire e smantellare un’organizzazione internazionale, ma con le radici in Toscana, specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti di pelletteria di lusso ma... falsi.

L’operazione, è stata illustrata ieri al comando di Lucca delle Fiamme Gialle, e ha portato 7 persone agli arresti domiciliari, con le accuse di associazione per delinquere, ricettazione, contraffazione, alterazione o uso marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi. Di loro non sono state rese note le generalità: sono i 5 cittadini italiani, un cinese e un coreano. Le ordinanze di custodia cautelare, disposte dal Gip di Firenze Giampaolo Boninsegna sono state eseguite a Milano, Monza, Firenze ed Empoli, città quest’ultima, di origine del 46enne considerato il principale artefice del meccanismo.

L’operazione è stata condotta dai finanzieri di Viareggio sotto la direzione dei Pm Ester Nocera e Leopoldo De Gregorio della Dia di Firenze. E proprio qua sta una delle particolarità dell’operazione (illustrata dal colonnello Massimo Mazzone, dal maggiore Armando Modesto e dal maresciallo Alessandro Turano), ossia quella di riuscire a dimostrare l’esistenza dell’associazione a delinquere, cosa che ha portato l’indagine nella competenza della Direzione investigativa antimafia. Ma un’altra peculiarità è l’essere riusciti a quantificare il profitto illecito: 5 milioni di euro in un anno e mezzo, con conseguente sequestro di 8 immobili, un terreno, 33 conti correnti, 4 auto e 4 moto. Tra gli immobili sotto sequestro anche un capannone a Santa Croce, dove i capi falsi venivano prodotti. Qui è stata trovata anche la “piastra”, ossia lo stampo, per marchiare i tessuti con il simbolo di Gucci e che gli stessi periti hanno avuto difficoltà a distinguere dall’originale. Sequestrati anche oltre 50mila prodotti falsi e 500 metri di stoffa con le stampigliature delle griffe più prestigiose.

Sono stati indagati complessivamente 21 soggetti, implicati a vario titolo nell’attività. Fra questi tre coppie padre/figlio: il promotore dell’associazione, originario di Empoli e domiciliato a Monza , che col padre aveva i contatti con i fornitori delle materie prime; un padre indagato e il figlio arrestato per la fornitura dei semilavorati; infine un altro padre indagato, che curava le spedizioni all’estero col figlio arrestato. Il gruppo con base operativa in Toscana e attivo in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, con i suoi contatti poteva curare tutti i passaggi: produzione, lavorazione della pelle, approvvigionamento di cartellini e confezioni, vendita e pure la commercializzazione. Commercializzazione che avveniva anche dalle nostre parti, attraverso il meccanismo del passaparola, soprattutto tra i vip (si parla di calciatori tra gli acquirenti) della costa versiliese: sapevano di acquistare un falso, ma talmente ben fatto che valeva la pena risparmiare un po’ di soldi (con sconti del 40-50%) per fare bella figura.

Ma soprattutto quegli articoli venivano rivenduti in negozi di lusso in Canada, Cina, Corea, Austria e Germania, con i titolari che li pagavano come originali, pur sapendo che si trattava di falsi, solo per poter avere quei marchi (Gucci, Hermes, Louis Vuitton, Chanel, Prada, Yves Saint Laurent, Givenchy, Dior, Céline, Balenciaga e Ferragamo) nelle loro vetrine. Ma la falsificazione era su ogni livello, compresa la documentazione, che permetteva di aggirare i controlli doganali. I pagamenti poi avvenivano estero su estero, con il denaro che arrivava in Italia attraverso conti correnti che, col bancomat, venivano svuotati in tempo zero. L’attività non si era fermata nemmeno durante il lockdown e per questo alcuni degli indagati erano stati pure multati perché scoperti a spostarsi senza motivo. —

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