Il Tirreno

Versilia

Di nuovo in classe ma in una scuola nuova «È innaturale, ma organizzato al meglio»

g.n.
Di nuovo in classe ma in una scuola nuova «È innaturale, ma organizzato al meglio»

Gli studenti del liceo scientifico temono un nuovo lockdown: «A distanza, lo scorso anno, non abbiamo imparato nulla»

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viareggio

Osservando dall’esterno la fiumana umana che defluisce dal Barsanti&Matteucci quando l’ultima campanella del primo giorno di scuola sta ancora suonando, non sembra affatto di doverla inserire in un contesto post-pandemico. Gli studenti, per la maggior parte, (s)filano via a passo svelto. Alcuni, invece, si fermano sul marciapiede di fronte al cancello d’ingresso. Parlano, ridono. Chi con la mascherina sul volto, chi abbassata. Stanno recuperando uno dei tanti rituali smarriti con l’insorgere, prepotente e dilagante, del covid-19. Dall’ultima volta sono passati oltre sei mesi.

Un gruppo di ragazzi della 5E (indirizzo tradizionale) cerca riparo all’ombra e biasimarli è impossibile: mezzogiorno è passato da poco, il sole picchia con insistenza. Per loro, esito positivo della maturità permettendo, non ci sarà più un altro primo giorno di scuola. «Strano», risponde Federico Lucchesi alla domanda relativa alle impressioni sul rientro in classe dopo il doppio del tempo rispetto al consueto. «Ma le misure adottate sono corrette: non si poteva fare meglio di così», si affretta ad aggiungere. Nella 5E sono in 24, numero considerevole per una sezione che si appresta ad affrontare l’anno scolastico che porterà all’esame di stato. A concludere un percorso. Insieme, viene spontaneo sperare, e non ognuno per conto proprio, sul solco di ciò che il lockdown ha imposto, da marzo in poi.

«La didattica a distanza è stata un fallimento, tempo perso, nel quale si è imparato davvero poco, se non nulla», evidenzia Lucchesi. Con franchezza, senza giri di parole. «Il vero timore è dover ripetere quell’esperienza nei mesi che precederanno l’esame: sarebbe pessimo», gli fa eco Davide Pardini, suo compagno di classe. Riconoscono che nel complesso «non si sono verificati particolari intoppi nel seguire le procedure e le disposizioni anti-contagio» (misura della temperatura all’ingresso, sostituzione delle mascherine con quelle consegnate dall’istituto, entrata e uscita seguendo percorsi predefiniti e diversificati). «Siamo contenti di essere di nuovo qui e di rivedere i professori, ma appare tutto così innaturali», ammettono Lucchesi, Pardini e con loro gli altri studenti della 5E rimasti a chiacchiera di fronte allo scientifico.

«La scuola per noi ragazzi era un’opportunità per incontrarci, adesso invece no. E sembra un paradosso, perché alla fine al di fuori di qui le misure anti-contagio non vengono seguite alla lettera». Meno tranciante, nel suo giudizio, Flavio Flurio (5B). «La struttura va messa alla prova, bisogna attendere che l’attività riprenda a pieno regime. Qualche fraintendimento tra chi vuole la finestra aperta e chi chiusa, con l’avvicinarsi dei mesi invernali, ci sarà di sicuro, anche se l’indicazione è chiara: bisogna arieggiare le aule il più possibile». Col rischio però che si debba ricorrere nuovamente alla didattica a distanza. «Sarà uno strumento indispensabile, all’Università è un metodo tradizionale di apprendimento. Al liceo è diverso, è vero, ma non potremo farne a meno». Per Dario Santambrogio (5C, in 18 ne fanno parte), «poter seguire le lezioni senza indossare la mascherina è un sollievo», spiraglio in un reticolato di regole necessariamente stringenti. «I professori, comunque, ci danno fiducia».

E non lo si consideri aspetto da sottovalutare in una condizione di ordinaria pressione. Per chiunque. Di spazio per l’emozione da ultimo primo giorno di scuola, ce n’è? «No – confessa con candida onestà Santambrogio – ma neppure per la tensione o la paura: è una questione d’abitudine». E stavolta, visto il lascito devastante della pandemia, non va considerato un male. Anzi. —



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