Gioco
Mario Marcucci, il genio dimenticato che dipinse la malinconia di Viareggio
Centodieci anni fa la nascita del grande artista in una casa di via XX Settembre
IL RITRATTO
Adolfo Lippi
Mario Marcucci fu il pittore della Viareggio poetica, della realtà trasfigurata dal sogno e dalla malinconia esistenziale. Ricorrono centodieci anni dalla sua nascita. Le istituzioni lo dimenticano, gli appassionati di arte lo rammentano. Assieme ad un’ intera generazione di viareggini colti, da Viani a Levy, da Santini a Catarsini, da Luca Ghiselli, a Giuliano Bimbi, da Mario Sbrana, dette alla città un forte approdo nella storia della pittura italiana. Di lui scrissero il premio Nobel Eugenio Montale, i poeti Mario Luzi ed Alfonso Gatto, scrittori quali Alberto Moravia e Manlio Cancogni, critici come Cesare Garboli e Romano Bilenchi e Francesco Arcangeli e Giuseppe Raimondi.
Egli lasciò tracce inconfondibili nella successiva pittura di Mario Francesconi, Giuseppe Martinelli, Giovanni Raffaelli, ed ebbe, per molti anni, un vero successo di mercato, tra Roma e Firenze. Nonché numerose mostre antologiche a Firenze, Lucca, Viareggio, Pietrasanta.
Marcucci era nato in una casa di via XX Settembre. Proveniva da una famiglia di marinai. Da bimbetto però ebbe modo di assistere al lavoro di un pittore ingenuo ed isolato, un semplice. Si chiamava Giuseppe Nerici ed abitava nella strada e dipingeva alla Utrillo, cartoline della Viareggio popolare. Fu lui a mettere in mano un pennello al ragazzo che, come poi scrisse Tobino, si entusiasmò subito ad un barattolo di tinta rossa. E, di nascosto alla famiglia che lo voleva marittimo (mestiere che poi fece) imbrattò ad acquerello i primi fogli sottratti ai quaderni di scuola. Erano gli anni ’20, Viareggio era ancora quella povera città che stentava a trovare una propria vocazione. Nell’arte cominciava a regnare, dopo aver preso parte alla sciagurata grande guerra, Lorenzo Viani. E Marcucci, grazie al poeta Giulio Arcangeli, ebbe modo di mostrare al maestro alcuni lavori che Viani apprezzò. Marcucci era però timido ed introverso, a Viani parve superbo e non lo prese (a differenza di Renato Santini e Ruggero Sargentini) come allievo.
Marcucci però proseguì solitario a disegnare su taccuini improvvisati. E fu notato da Gino Parenti, geniale disegnatore e influencer dell’epoca (era amico di Leonida Repaci e tanti letterati), e perfino da Carlo Carrà.
Negli anni ’30 Viareggio stava decollando quale meta turistica ambita dalle élites. Venivano ai bagni, col fascismo consolidato al potere, i più bei nomi della cultura italiana, da Malaparte a Pirandello, da Ungaretti a Soffici a Rossi a De Chirico. Marcucci, nonostante avesse deciso di vivere in una baracca spartana al Vialone, assieme al sodale poeta Luca Ghiselli, assieme a Mario Tobino (suo intimo amico), fu comunque cercato e ammirato dagli intellettuali. E nel ’41 gli fecero vincere un prestigioso “Premio Bergamo” (lo aiutò tanto Mino Maccari) che era il premio ideato da Bottai per ingraziare gli artisti al regime. Da lì prese il via la sua ascesa che lo condurrà a Roma (dove frequentò Moravia, Mafai, Cesare Garboli) e poi a Firenze dove attorno a lui si aggregò una ricca colonia di artisti e dove si cominciò a fare la sua fortuna commerciale grazie a gallerie come “La Pananti”. Tornato a Viareggio, abitando sul lungomolo, preseguì un’intensa attività pittorica. Scortato dal fido Paoli, ormai sposato con l’eterna fidanzata Carla, visse gli anni sereni della sua anzianità accompagnandosi in lunghe camminate con Manlio Cancogni e Mario Francesconi e in agguerrite partite di biliardo al “Nettuno” con lo scrittore Silvio Micheli assieme a Renato Santini, Alfredo Catarsini e Ruggero Sargentini, Marcucci rappresenta, in arte, la Viareggio che viene dopo la generazione classica di Viani e Levy, e precede la successiva di Francesconi, Luporini, Martinelli, Lino Mannocci, Biagi, La Bianca, Pieraccini, Beconi, Dolfi, Tofanelli, Liberatore, Raffaelli, Passaglia, Geri, Vaccarezza, Fornaciari.
La pittura dei maestri non influenzò Marcucci, nemmeno Santini, che trovarono la propria strada più che nell’esaltazione della figura come proclama e segno, nell’introspezione e nel canto delle cose marginali.
Tuttavia il discorso sull’arte italiana non può non prescindere dall’opera di Mario Marcucci. Che lo stesso Vittorio Sgarbi ha, di recente, tenuto a rimarcare. Riprendendo i giudizi positivi di menti quali Montale, Parronchi, Carrà. —
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