Toscana
Quando gli artisti uscirono a dipingere il paesaggio
A Forte dei Marmi l’esposizione intitolata “All’aria aperta” propone le opere di grandi pittori che hanno dipinto la bellezza del territorio
LA MOSTRA
ADOLFO LIPPI
Cos’era la pittura prima delle grandi rivoluzioni futurista, cubista, surrealista? Era e fu per l’intero 800 e nei primi del secolo scorso tutta un’incantazione della bellezza paesaggistica. E la medesima Versilia, tanto descritta da pittori famosi, era Arcadia, come la cantò D’Annunzio, era cioè la terra dell’armonia, dell’equilibrio, della natura felice riposante tra mare, pinete, Apuane. Per avere un’idea di quella pittura, oggi ritenuta antica, quasi antiquariato, fa assai bene visitare, al Forte Leopoldo I di Forte dei Marmi, detto popolarmente il fortino, la mostra “All’aria aperta” prodotta dalla Società di Belle Arti e ben accolta dall’instancabile presidente alle attività culturali, l’avvocato Ermindo Tucci.
È una mostra quasi completa, storica, di un momento particolare della storia dell’arte, quando i pittori, di seguito all’esempio dei francesi, lasciarono le aule delle Accademie e presero, su esempio di Giovanni Fattori, tosco livornese e fiorentino, a battere campagne, colline, marine, laghi, ruscelli, ponendo il cavalletto sotto l’ombra di un pioppo o un ontano, e si lasciarono abbagliare dallo splendore dei cieli tersi, dalle assolate piantagioni di grano dorato, dalla fragranza dei vigneti, del verde degli olivi di carducciana memoria. Producendo opere magari un tantino oleografiche, magari atmosferiche, tuttavia efficaci a dimostrare un gusto per la semplicità e l’agreste pace esteriore. Che poi le tragiche guerre degli anni a venire avrebbero sconvolto e rovinato.
Questi pittori accolti al fortino sono tutti famosi. E cito Boldini e Signorini, De Nittis, Zandomenighi, Nomellini, Pagni, Oscar Ghiglia, Viani, Levi, Soffici, i fratelli Tommasi, naturalmente Fattori, eppoi tanti altri. Si distinguono tra macchiaioli, post-macchiaioli, espressionisti, metafisici (ne fu tentato Ram). Molti sono i toscani, altri i lombardi, alcuni approdarono aParigi e divennero celebri in Europa, altri non lasciarono mai il paese. Ma la Società di Belle Arti che li riunisceal Forte (la mostra dura fino a ottobre) ritrova in tutti una costante: guardare al mondo con l’occhio di un’innocenza nostalgica un mondo che non si dovrebbe guastare, nemmeno trasformare. Così giocano a palla le sinuose ragazze di Adolfo Tommasi, così escono di chiesa a Bagni di Lucca i ragazzi vocianti di Lorenzo Viani (e la chiesa è quella del principe russo Dominedoff amatore e collezionista d’arte), così si riposa tra i roseti la elegante signora Ojetti di Ghiglia, così chiacchierano amabilmente i fiaccherai fiorentini ritratti sul viale Principe Amedeo da Fattori. Per giungere, già avvisato degli agguerriti movimenti che in Europa avrebbero rivoltato la pittura come un calzino, scandalosamente, al versiliese Ram che immagina nell’isola di Citera quella marina eterna che i metafisici quali Savino e De Chirico poi, avrebbero fermato per sempre in un tempo irreale, poetico, suggestivo, favoloso. Telemaco Signorini, presente con un incantevole “campagna” , ebbe una vita appassionata, romantica. Uomo di bell’aspetto, amatissimo nei salotti inglesi e scozzesi che bazzicava per infatuare le dame al tè, esponeva i quadri e le acqueforti durante le sue maliziose conversazioni. Era stato con Garibaldi nell’infuocato ’99, aveva assiduamente amicato con Degas a Parigi. Propugnatore, con Fattori, della pittura di macchia, dette intensità e baldanza al colore, intervenendo anche polemicamente nelle baruffe sociali, scrisse di critica, insomma un artista “pieno” al quale non mancarono successi e riconoscimenti. Altro quadro di grande interesseè il ritratto dello scrittore Vaglicola di Oscar Ghiglia. Lo scrittore fu a Firenze amico di Soffici e Papini e con loro partecipò a parecchie iniziative culturali. Nel ritratto egli in elegante abito di lino bianchissimo fa un po’ da emblema a quest’epoca che, dopo le tormentate vicende dell’Unità d’Italia, immaginava l’avvento di anni intiepiditi da messi d’oro, grappoli d’uva, ragazze fiorite, senza fatiche trascendentali, senza i tormenti delle ideologie. Ahimè, ciò che invece giunse anche nella pittura, fu una serie di esplosioni, magari toniche, epperò distruttive dei sentimenti. Così questa mostra al Forte è come una serra, è come una vetrina sapore proustiano. Che tuttavia, visto il momento, incita alla vita senza timori, senza paure, poiché una boccata d’aria fresca spalanca gli occhi, attira i sogni. E fa arte dolcemente malinconica come la intese Puccini che a parecchi di questi pittori dette asilo nel suo strafamoso club di Bohéme.
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