Lutto
Operato al cuore dai colleghi «Sarò sempre in debito con voi»
Nel febbraio dell’anno scorso Buzzigoli aveva avuto gravi problemi di salute In poche settimane tornò in servizio, ma prima ringraziò chi lo aveva aiutato
viareggio
Nel febbraio dell’anno scorso Stefano Buzzigoli, abituato a salvare vite, era finito a sua volta nel limbo di chi sta rischiando la morte. Da medico era diventato paziente, un paziente molto grave. «Sentivo come un malessere da qualche giorno e ho chiamato il collega cardiologo per una visita», aveva raccontato. «Dobbiamo operarti d’urgenza al cuore», la risposta dello specialista. Buzzigoli raccontò di essere rimasto spiazzato, perché il ruolo per lui si era invertito. Ma il destino volle che il primario di Rianimazione, scomparso ieri, superasse nel modo migliore l’intervento all’Opa di Massa. Era l’8 febbraio: cinque giorni dopo lo avevano rimandato al “suo” Versilia. «Non era arrivato il mio momento», disse il medico viareggino. Che nel giro di poche settimane rientrò in servizio.
Prima, però, aveva deciso di ringraziare pubblicamente i colleghi dell’Opa: il cardiochirurgo Marco Solinas, il rianimatore Paolo Del Sarto, il cardiologo Stefano Maffei e l’emodinamista Sergio Berti: «Mi sentirò sempre in debito con voi, mi avete salvato la vita».
«Dopo tanti anni di rianimazione e cure intensive – scriveva Buzzigoli in una lettera ai colleghi – ero ormai abituato a gestire il banco nel grande gioco della vita dove tu non perderai mai, perché sei un ri-animatore, colui che ri-anima, cioè offre sempre e al bisogno un’altra opportunità di vivere. Ma come ci si sente se un giorno qualunque da medico di area critica diventi tu un paziente critico vero, e cosa rimane dentro come traccia indelebile della tua vita al termine della tua esperienza se sopravvivi? La vita ti chiama e tu vai così come sei lasciando tutto a casa: non puoi far niente, senza cappotto o biancheria di ricambio, forse avvisando a malapena qualcuno e magari chiudendo a chiave il portone di casa, ma non sempre è la regola. Capisci inesorabilmente che la tua esistenza, anche se tu non vuoi, può finire in quell’attimo, perché da sempre la vita dà e la vita prende senza compromessi o anticipi o preavvisi».
«La paura di morire – proseguiva Buzzigoli – non ha limiti spaziali o temporali, povertà o ricchezze, tecnologie abbondanti o indigenze, religioni o etnie o preferenze di età o di sesso. La paura di morire ti cattura come un’ombra oscura e ti porta via lontano in un abisso, in cui tu non vedi la fine o i contorni, ma muovi disperatamente le mani alla ricerca di qualche appiglio, che spesso non trovi precipitando sempre più in basso. Per mia fortuna io ero nel posto giusto con le persone giuste al momento giusto. Tutti voi mi avete accolto in quei momenti ed in quei giorni con la professionalità che fa parte della vostra storia come alimentati da geni di un Dna modificato nel tempo ad arte, perché possiate avere queste capacità tecniche e professionali. Mi sento e mi sentirò in debito con voi per avermi salvato – concludeva – ed in più mi avete spontaneamente e senza fatica regalato queste profonde emozioni». —
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