Attenzione
Denunciano il figlio trentenne per minacce
Allontanato da casa, i genitori lo riprendono con loro. Il Pca: «Non aveva alcun tipo di sostegno da parte dello Stato»
Luca Basile / pietrasanta
Tommaso (nome di fantasia), 30 anni, ha vissuto a lungo ai margini di se stesso consumando alcol e droga, ha fatto del male alla sua persona e a chi gli vuole bene: in particolare ai genitori che, impauriti e impotenti, alla fine lo hanno denunciato, costringendolo ad uscire di casa e ad una svolta di vita che ancora non è arrivata. Fino a quando la madre, ignorata dalle istituzioni, ha deciso di riaccoglierlo fra le mura di sempre.
Una storia di ordinaria disperazione, quella di Tommaso, giovane residente sul territorio versiliese che vede il proprio destino seguire il filo perverso della distruzione progressiva alla pari di altri ragazzi: storia, resa nota dal Progetto comunità aperta, con sede in via Stagi, che è un pugno nello stomaco a chi si volta dall’altra parte, allo Stato che troppo spesso non c’è, ma anche a chi non vuole o non riesce a farsi aiutare.
Eroina, cocaina, alcol: Tommaso non si è fatto mancare niente. Da anni seguito da medici, prima quelli del Serd poi il Pca. Attualmente è in trattamento metadonico, purtroppo per quanto riguarda alcol e cocaina il trattamento non basta: serve una presa di coscienza della stessa persona. Negli anni i vari tentativi di disintossicazione sono infatti andati tutti a vuoto.
Lo scenario in famiglia si può immaginare: liti, richieste di soldi ai genitori anziani, minacce che costringevano gli stessi genitori a dormire in un’auto.
Alla fine la decisione più drammatica, quella di denunciare il proprio figlio per minacce con addirittura la notifica a Tommaso dal tribunale di un divieto di avvicinamento alla casa di residenza, di telefonare al babbo e alla mamma.
E una volta sulla strada Tommaso deve arrangiarsi con soluzioni di fortuna, trovando un tetto dove capita.
«E qui – raccontano dal Pca – Tommaso cade nella disperazione più completa: prova a ricontattare i genitori che allertano i carabinieri: sperano in una presa di coscienza del ragazzo, che però non arriva. Passano le settimane e come Pca contattiamo l’assistente sociale del comune di residenza di Tommaso: c’è disponibilità, c’è dialogo, ma per Tommaso, ci sono si delle casette dove andare a vivere, ma sono occupate quasi tutte da richiedenti asilo e non. E allora uno si domanda come sia possibile, accogliere giustamente 100 di persone e non riuscire a sistemare un ragazzo, che vive una situazione critica e con importanti problemi di salute. Abbiamo cercato, da operatori impegnati sulla strada, a stare vicini a Tommaso, a garantirgli le cure necessarie, ma le misure imposte dal Covid hanno ulteriormente peggiorato, negli ultimi mesi, la situazione».
Tutto questo «senza alcun sostegno, a parte un supporto per un periodo da parte dell’associazione Colonia Cristiana, da chi preposto a farlo. Purtroppo per andare una comunità ci vuole tempo, i tagli alla sanità colpiscono anche le dipendenze. L’epilogo di questa vicenda di sofferenza umana, vede una mamma e un babbo prendere atto che nessuno avrebbe aiutato Tommaso e decidere, con quello che ne consegue, di riaccoglierlo a casa. “Come si fa: non posso farlo morire su una panchina” ci ha detto questo genitore. Ma la storia di Tommaso e della sua famiglia – chiosano dal Progetto comunità aperta che stanno seguendo il ragazzo – è emblematica di quello che vediamo davanti a noi sempre più spesso dove tutte le parti in causa si sentono disperate. E abbandonate». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google