Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio

Strage, undici anni dopo senza corteo: «Ma Viareggio non ci lascia soli»

Donatella Francesconi
Strage, undici anni dopo senza corteo: «Ma Viareggio non ci lascia soli»

Silvano Falorni è il fratello di una delle vittime: dieci minuti dopo la mezzanotte del 29 giugno 2009 era già in via Ponchielli

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VIAREGGIO. Undici anni, ed anche nel giorno dell'anniversario della strage sembra di essere lì. L’asfalto sciolto dal fuoco, l’odore di bruciato che resterà per mesi, gli occhi dei familiari che non hanno più lacrime mentre si aggirano tra le macerie per recuperare qualche oggetto appartenuto ai propri cari. Undici anni e questa sera non filerà il consueto corteo per le strade di Viareggio. Anche se c’è chi - tra i familiari - ha annunciato che camminerà ugualmente: «L’associazione “Il mondo che vorrei” segue le regole», sono le parole di Daniela Rombi, che ne è vice presidente: «Poi c’è la libertà individuale. Ma nessuna divisione tra noi».

Perché «Viareggio sarà con noi ugualmente e non mancherà chi ci raggiungerà alla Casina dei ricordi», sottolinea Silvano Falorni che nel disastro ferroviario ha perso uno dei fratelli, Andrea, 49 anni, e la cognata Maria Luisa Carmazzi (stessa età), i due motociclisti “Pulce e Scarburato”. Di Andrea sarà ritrovato solo un pezzo di osso, grazie alla scia delle formiche che lo avevano spolpato.

Com’è per te, per voi, questo 29 giugno senza le consuete iniziative pubbliche?

«In lotta, come sempre, per la sicurezza e la verità. Siamo ancora dentro il processo. E chissà come andrà a finire. Non è questione di volere il carcere a tutti i costi. Ma dopo due sentenze che hanno riconosciuto responsabilità precise, il carcere è un atto di giustizia. Anche perché la sicurezza sui binari non è sicuramente migliorata».

C’è un atto che ritieni necessario affinché la sicurezza lungo i binari d’Italia faccia un passo in avanti?

«Devono essere installati sui treni i dispositivi anti svio. Che sono stati un argomento centrale dell’iter giudiziario per la strage di Viareggio».

Dove ti trovavi la sera del 29 giugno 2009 quanto tutto è cambiato?

«Era a casa mia, di fronte al computer, con la finestra aperta perché faceva molto caldo. Sentii tre botti e lì per lì pensai alle porte che sbattevano, anche se non c’era vento. Mi affacciai e tra un palazzo e l’altro vidi il cielo rosso in direzione della stazione. Io e mia moglie iniziammo subito a chiamare mio fratello, sia sul cellulare che sul telefono fisso:il cellulare squillava ancora, mentre il numero di casa era staccato. A mezzanotte e 10, inforcato lo scooter, ero davanti casa di Andrea, in via Ponchielli, dove c’era un vigile del fuoco. Il tetto della sua abitazione era accartocciato sopra un furgone. Riconobbi la casa, in mezzo al fumo denso, dalla posizione del furgone e dal tetto. Con me c’era nostro fratello Antonio.

Avevate capito che si era trattato del deragliamento di un treno?

«No. Vedevamo le cisterne, tra il fuoco sui binari ed il fumo ovunque. Ho capito solo che era scoppiato qualcosa. Ma sul momento non sono riuscito a ricondurre lo scoppio, l’incendio, a quella cisterna, Fino all’alba abbiamo pensato ad uno scontro tra treni».

Undici anni dopo quella notte d’inferno e di lutti siete a lottare anche perché alla stazione di Viareggio torni il capostazione...

«Mi sembra un insulto per la città di Viareggio, che tanto dolore ha vissuto e tanto ha dovuto lottare per ottenere giustizia. Pensando a quel capostazione in servizio 11 anni fa che ha bloccato due treni mentre sui binari scoppiava l’inferno. Ma tanto nessuno importa della sicurezza ferroviaria. Lo hanno ribadito più volte anche in Tribunale: hanno le assicurazioni e va bene così. È più facile licenziare Riccardo Antonini o i ferrovieri che come lui si battono per la sicurezza. Lo dimostra il fatto che i tre gradi di giudizio per Antonini che si è opposto al licenziamento hanno avuto un iter rapido. Per le responsabilità di una strage da 32 vittime chissà quanto dovremo ancora attendere...». 

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