Italia
Il papà dei Coltellacci compie settant’anni: «La musica di Carnevale? Un cacciucco...»
Adriano Barghetti: «A Viareggio vorrei regalare una città senz’auto e una nuova Terrazza della Repubblica»
Claudio Vecoli
Il “papà dei Coltellacci” compie settant’anni. Adriano Barghetti - musicista, cantante, attore, poeta e mille altre cose, quasi tutte collegate al Carnevale – taglia oggi lo storico traguardo all’istituto Sacro Cuore di Viareggio dove è ospite da alcuni anni. Ed è l’occasione per ripercorrere la sua vita di artista a tutto tondo. Nato il 20 giugno 1950 nell’abitazione di famiglia in via Matteotti («All’epoca si nasceva ancora in casa», sottolinea), Adriano era l’ultimo di tre figli («Ma mio fratello più grande morì giovanissimo, ad appena undici anni»). Grande appassionato di musica e di teatro, entra in contatto con il mondo dello spettacolo e del Carnevale poco più che ventenne quando nel 1973 viene chiamato a far parte come pianista dell’orchestra che accompagnava la Canzonetta di Enrico Casani. Ma il vero debutto risale all’anno successivo, quando insieme a un gruppo di giovani del quale fanno parte fra gli altri Paolo Bonanni, Giulio Ferracciolo, Antonio Vendettelli e Laura Canova, mette in piedi insieme a Pierino Ghilarducci una compagnia teatrale.
Partiamo dal 1974, l’anno in cui comincia di fatto la tua carriera nel mondo del Carnevale.
«Erano anni di grande fermento intorno al mondo del Carnevale e con alcuni amici decidemmo di riunirci per fare teatro. Non parlerei di una vera e propria compagnia, quando piuttosto di un gruppo spontaneo. E decidemmo di portare in scena una nostra canzonetta al Teatro Aurelia di Torre del Lago, struttura che oggi non esiste più. Ci ispiravamo un po’ agli spettacoli di Enrico Casani, fatti di sketch e canzoni. Non un testo con una vera e propria trama dall’inizio alla fine, ma tante scenette di una manciata di minuti ciascuna. Devo dire che fu subito un successo. E dopo alcuni anni al Teatro Aurelia, ci spostammo a Viareggio, al Goldoni, dove - in collaborazione con il Rione Centro – mettemmo in piedi un cartellone tre serate consecutive. Io scrivevo tutte le canzoni e parte delle scenette e devo dire che ci divertivamo moltissimo. E riuscivamo sempre a riempire il teatro. Poi, però, tutto finì per alcuni dissidi interni alla compagnia. E gran parte di noi proseguì per la propria strada».
Nel 1979 arriva il debutto nella Canzonetta di Egisto Malfatti, la compagnia che – insieme a quella di Enrico Casani – in quegli anni andava per la maggiore…
«In realtà fu un esordio quasi casuale. Subito dopo la prima, infatti, Romano Grilli, uno degli attori della compagnia, si sentì male. E così fui chiamato all’ultimo minuto per sostituirlo sul palco. Ricordo che mi cercarono al mattino per andare in scena la sera e dovetti studiarmi la parte, che era assai cospicua, nel giro di poche ore. Ero molto agitato, ma visto che il mio ruolo era quello di un ubriaco, questo mi permetteva di poter improvvisare. Diciamo che mi difesi più che bene, tanto che conservai la parte fino alla fine. E ricordo che Egisto Malfatti, a cui piaceva essere il re incontrastato della scena, alla fine era quasi un po’ scocciato per il successo che raccolsi…»
Negli anni Ottanta nasce la Canzonetta dei Rioni. Ed è lì che esplode la popolarità di Adriano Barghetti…
«Quando nacque la Canzonetta dei Rioni, fui contattato da Dino Degl’Innocenti ed Eugenio Rossi che all’epoca coordinavano il Rione Centro. Mi proposero di musicare un testo di una canzone che era già stato scritto per partecipare alla sfida. Accettai e nacque Si sveglia Viareggio. Vincemmo il primo premio, ma se proprio devo essere sincero quella canzone non mi piaceva. Non la sentivo mia. L’anno successivo, invece, scrissi e interpretai Burlatango che invece ritengo fosse una grande canzone. Probabilmente una delle migliori che ho scritto. Come dice il titolo stesso, era un tango. E questa era una novità assoluta per il Carnevale di Viareggio. I tempi, però, probabilmente non erano ancora maturi. E, non senza polemiche, vinse Ride Viareggio di Vincenzo Cagnolo».
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L’anno dopo, sempre alla Canzonetta dei Rioni, arriva il Cha cha cha dei coltellacci, la tua canzone più famosa che è poi diventata uno degli inni del Carnevale di Viareggio. Cosa ricordi di quell’edizione?
«Be’, fu un brano rivoluzionario che lasciò tutti di stucco. Aveva un ritmo inconsueto per le canzoni di Carnevale dell’epoca e rompeva completamente gli schemi musicali. Dentro c’era l’anima del viareggino, descritto come un coltellaccio, ovvero piantato nella rena, fragile, in balìa di tutte le intemperie. Insieme a Vincenzo Puosi, Bobo Pasquinucci e Silvio Paladini salimmo sul palco vestiti da coltellacci e studiammo anche un balletto. Io ero Samanta, la coltellaccia di Marina di Pietrasanta. E nello sketch abbinato prendevo in giro i viareggini. Il pubblico accolse la canzone con grande entusiasmo, ma non altrettanto fece la giuria. Ricordo che soltanto un giurato, il grande Sergio Bernardini, mi fece i complimenti. Tant’è che vinse Da Viareggio con amore di Egisto Malfatti. Il grande successo arrivò grazie al pubblico. A Radio Babilonia, l’emittente locale per antonomasia dell’epoca, era richiestissima. E quell’anno spopolò a tutte le feste rionali».
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Fra quelle che hai scritto, i Coltellacci è la canzone che ami di più?
«Certamente è quella a cui sono maggiormente affezionato. Ed è quella che mi ha regalato le maggiori soddisfazioni. Per tanti anni non potevo salire su un palco senza che mi venisse richiesta anche più di una volta. Però non so se, fra quelle che ho scritto, è quella che preferisco. Forse quella che ritengo la mia miglior canzone resta Burlatango. Anche se devo dire senza falsa modestia che alla fine mi piacciono tutte quelle che ho scritto. E, quanto a successo, ultimamente i Coltellacci è stata sorpassata da Le mi’ nonne, ancora gettonatissima».
Chiusa la stagione della Canzonetta dei Rioni, il ritorno sul palco della Canzonetta vera e propria. Anche se non fu un successo…
«Nel 1994 Enrico Casani aveva cominciato ad accusare i primi problemi di salute. E così mi chiese se ero disposto a prendere in mano le redini della compagnia. Io ed Enrico eravamo amici fraterni, ma artisticamente eravamo molto distanti. Nacque così Canzonetta fuori scena, uno spettacolo profondamente diverso da quelli che venivano rappresentati. Critica e pubblico si divisero: per qualcuno eravamo da lupara, per altri geniali. Fatto sta che, negli anni successivi, perdemmo sempre più pubblico. E così, dopo qualche anno, la compagnia si sciolse».
Negli anni Duemila, con l’ingresso nel consiglio di amministrazione della Fondazione Carnevale, il Barghetti-artista lascia spazio al Barghetti-dirigente.
«Devo dire che in certi panni più formali io mi ci vedo davvero poco. In precedenza ero stato eletto in consiglio comunale nelle file del Pci, ma dopo pochi mesi mi dimisi perché l’ambiente della politica proprio non faceva per me. Nel Duemila, però, fui chiamato dall’allora sindaco Marco Marcucci che mi chiese se volevo entrare nella Fondazione all’epoca presieduta da Elio Tofanelli. Dissi di sì perché comunque era una avventura che mi stimolava e alla fine non me ne sono pentito. Nonostante fosse un organo politico, tutti eravamo spinti dal grande amore per il Carnevale di Viareggio. E in quegli anni la manifestazione registrò grandi successi di pubblico e di incassi».
Della tua esperienza in Fondazione quale è la cosa che ricordi con maggior orgoglio e quale invece quella di cui ti sei pentito?
«Credo che il rilancio della rivista ufficiale del Carnevale sia stato il progetto di cui vado più fiero. Prima del mio arrivo, era poco più di una fotocronaca dei carri. Io la trasformai in un prodotto molto più completo dove trovarono spazio storie, aneddoti, personaggi, documenti. La cosa di cui mi sono pentito? Francamente non ne ho. Anche perché all’epoca decideva tutto Elio Tofanelli…»
Dopo il 2009, quando in Fondazione a Tofanelli subentra Nanni Maglione, ti allontani dal Carnevale di Viareggio.
«Sì, mi sono creativamente spostato al Carnevale di Pietrasanta. Dove ho ritrovato quegli stimoli che a Viareggio avevo un po’ perduto. E dove mi sono tolto tante soddisfazioni, vincendo a più riprese lo Sprocco».
Come giudichi, ora, la musica di Carnevale?
«Ad essere sincero mi sembra un gran cacciucco. Capisco che non sia facile abbinare una canzone di Carnevale al tema di un carro, ma il risultato spesso è caotico. Credo che sia necessario trovare un compromesso: nella colonna sonora di un carro può anche starci un brano d’opera o una canzone che appartiene ad altre tradizioni. Ma deve restare anche uno spazio importante per la musica di Carnevale. Abbiamo un patrimonio musicale enorme, in Italia secondo solo alla canzone napoletana. Ma così facendo rischiamo di disperderlo».
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Fra chi oggi fa musica di Carnevale vedi un nuovo Barghetti?
«Io, con le mie canzoni, facevo prima di tutto satira. Non mi pare che, fra i nuovi compositori, vi sia qualcuno che si ispiri alla satira. E trovo che ancora siano troppe le canzoni-cartolina. Certo, ci sono giovani in gamba che presentano cose originali ed interessanti. Qualche nome? Penso a Lorenzo Ghiselli, Matteo Cima, Alessandro Pasquinucci. Fuori dal giro dei festival, apprezzo Gianluca Domenici: le sue non sono canzoni-cartolina, sono spesso argute, ma per i miei gusti concede troppo alla musica da discoteca».
Qual è la canzone di Carnevale che avresti voluto scrivere?
«Di canzoni belle ce ne sono tante. Ma quella che forse avrei voluto scrivere è Come un coriandolo (l’autore è Gianluca Cucchiar, ndr). Il ritornello è straordinario, sicuramente il migliore della storia del Carnevale di Viareggio. Quando lo ascolti ti si apre il cuore».
E il Carnevale di oggi ti piace?
«E’ un grande spettacolo. Però c’è una deriva tragica fatta di scheletri, ossa, teschi che non mi piace. Il Carnevale è soprattutto il trionfo della vita. E invece abbiamo perso il gusto dell’allegria, della festa, quel sapore ridanciano che forse è anche un po’ paesano ma che è un elemento fondamentale del Carnevale di Viareggio. Ora rischiamo di assomigliare troppo a Venezia. Che è un’altra cosa».
Settant’anni. In genere, per il compleanno, i regali si ricevono. Ma se tuo potessi sceglierne uno per Viareggio, cosa sceglieresti?
«Ne sceglierei più di uno. Intanto libererei la città dalle auto. Viareggio è una città meravigliosa, ma siamo diventati un gigantesco parcheggio a cielo aperto. E invece bisognerebbe trasformare gran parte della città in una grande area pedonale dove poter passeggiare senza problemi. Altrimenti rischiamo di essere una città come tante altre. Come secondo regalo, vorrei vedere la Terrazza della Repubblica finalmente a posto, restaurata come si deve, magari punteggiata di opere d’arte. Ultima cosa, ma forse la più semplice da realizzare: vorrei che si recuperassero le piazze come luoghi di incontro, dotandole di panchine dove potersi sedere e dove scambiare quattro chiacchiere». —
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