Gioco
Viareggio e la bici, un rapporto difficile iniziato già dalla fine dell’Ottocento
L’avvento delle due ruote sulle strade cittadine fu visto subito con grande ostilità. Tanto da limitarne l’utilizzo
Paolo Fornaciari
La pandemia ha messo in luce un rapporto stravolto fra uomo e ambiente: inquinamento atmosferico, invasione dei centri urbani da parte degli autoveicoli, la plastica nei mari. Per necessità si è rivalutata la bicicletta tanto che fra i provvedimenti previsti per rilanciare l’economia messa in ginocchio c’è anche il bonus bicicletta. Ecco che oggi la salutare ed ecologica bici è vista come la soluzione per decongestionare il traffico e per contribuire a restituire all'uomo spazi vitali.
Ma vi è stato un tempo che anche la bicicletta creava problemi: i primi velocipedi che circolarono nelle strade originarono numerosi inconvenienti a pedoni, carrozze e "barocci", fino ad allora "padroni" incontrastati delle strade cittadine, tanto da essere oggetto di particolari regolamentazioni che ne disciplinavano e limitavano l'uso.
Un uso che doveva avere già una consistente diffusione se nell’agosto del 1885 i fratelli Landucci istallarono un noleggio di biciclette e davano “lezioni di biciclismo”.
Infatti, all'inizio della stagione balneare del 1887, il sindaco Paolo Del Prete fece affiggere un manifesto che, «attesa l'insistente circolazione dei velocipedi nelle vie e nelle piazze di questa città, tenuto conto degli inconvenienti già verificatisi e le continue lagnanze dei cittadini», decretava il divieto assoluto di circolazione delle biciclette in tutto il territorio comunale.
Questa drastica decisione trovò molti oppositori e pertanto venne presto modificata. Allora le biciclette poterono circolare per le strade e piazze di Viareggio solo dalle ore 6 alle 9. Durante l'estate fu comunque vietata la circolazione in ogni ora sulla Passeggiata per non recare disturbo ai villeggianti che numerosi affollavano gli stabilimenti balneari.
Così, qualche anno dopo, nel novembre del 1891, fu approvato uno speciale regolamento sulla "circolazione dei velocipedi" che prevedeva un'estensione della fascia oraria nella quale, durante il giorno, era permesso l'uso della bicicletta: «dalla levata del sole» fino alle ore 10 e dalle 12 alle 14; mentre nelle altre ore i velocipedi dovevano essere rigorosamente «condotti a mano». Inoltre il regolamento indicava precise norme comportamentali che i ciclisti dovevano osservare: tenersi nel mezzo della strada nel percorrere le vie cittadine, lasciare liberi i marciapiedi, procedere con velocità moderata, non maggiore a quella degli altri veicoli, fermarsi ogni qual volta «un cavallo o bestia bovina fosse adombrata dal passaggio di un velocipede».
Ogni bicicletta doveva essere munita di un numero di riconoscimento, pagava una tassa e poteva essere condotta solo da chi aveva già compiuto 14 anni. Il corpo dei vigili urbani di Viareggio, chiamati “grascini” in quanto fino ad allora addetti non alle problematiche della circolazione stradale ma al controllo dei prezzi dei generi alimentari e che quell’anno contava quattro unità, doveva garantire il rispetto di tutte queste norme.
Anche con queste limitazioni i ciclisti erano considerati un pericolo per la circolazione, in particolare i meno esperti o alle prime armi. Infatti, nel 1893, anche se gli abili "pedalatori" potevano recarsi da un capo all'altro della città, fu proibito agli apprendisti di percorrere, in nessuna ora del giorno, anche brevi tratti delle strade cittadine per esercizio di apprendimento delle tecniche di guida della "due ruote".
Tutte queste proibizioni e limitazioni provocarono una serie di proteste, che possono essere sintetizzate da questa accorata lettera che un villeggiante indirizzò al sindaco: «Tutte le città del mondo, dalle metropoli ai paesi più modesti, hanno ormai concesso diritto di cittadinanza a questo comodissimo e democraticissimo mezzo di locomozione che segna un progresso importante nella meccanica moderna. Perché Viareggio vuol mantenere un illiberale ostracismo?». Così, l'anno dopo, il consiglio municipale fu costretto, dopo una lunga ed animata discussione, a modificare il regolamento sulla circolazione dei velocipedi, uniformandolo a quello meno restrittivo che era già in vigore a Roma e al quale si erano rifatte anche altre città italiane, anche se ci fu chi, come il consigliere Olinto Benelli che nel votare comunque contro le proposte di cambiamento, non mancò di precisare di non voler essere considerato responsabile «dei mali che indubbiamente avverranno per non aver circondato di sufficienti garanzie la circolazione dei velocipedi».
Comunque, alla fine dell'Ottocento le due ruote rappresentavano il "progresso" tanto che il Carnevale di Viareggio del 1893 dedicò al "mezzo meccanico allora in voga" un carro trionfale,
Nel 1894 fu istituita la gara ciclistica Firenze-Viareggio, organizzata da un Comitato appositamente costituito. Della corsa il curato di S. Antonio, Pacifico Bigongiari, nel diario del convento scrisse che decine di ciclisti «che hanno fatto la sfida di arrivare a Viareggio in quattro ore circa, passando da Pistoia-Lucca-Pisa sono giunti in città in molto cattivo arnese e circolano voci che molti non siano giunti per disgrazie incontrate». Significativo il commento finale del parroco: «Chi non ha giudizio la paga!». L’anno dopo il circolo ciclistico di Viareggio, il “Veloce Club”, organizzò una corsa di interesse nazionale.
Le corse ciclistiche furono considerate eventi sportivi, ma anche momenti di promozione turistica del territorio. Infatti nel febbraio 1899 quando si costituì la società “Pro Viareggio” con lo scopo di valorizzare e far conoscere il turismo balneare ed il soggiorno invernale di Viareggio, fra le tante iniziative programmate, oltre a concorsi di bande musicali, illuminazione artistica dei viali a mare e giochi vari popolari, furono organizzate anche corse di cavalli e ciclistiche. Viareggio e il ciclismo formarono subito un binomio vincente tanto che la Società Ginnastica viareggina “Libertas” nel 1901, dal 7 al 9 settembre, organizzò un congresso dei ciclisti della Toscana e della Liguria.
Per concludere questo breve viaggio nella storia del rapporto tra Viareggio e la bicicletta non si può non ricordare che l’interesse di Viareggio per il ciclismo è testimoniato anche dalla storia del Giro d’Italia, la corsa a tappe organizzata dalla Gazzetta dello Sport. Infatti la prima edizione della corsa rosa, che partì il 13 maggio 1909 da Milano e che si concluse, dopo aver percorso 2.408 chilometri, nel capoluogo lombardo il 30 maggio, Viareggio fu inserita nella tappa Firenze-Genova: il 25 maggio i corridori transitarono in città percorrendo la via Pisana, il ponte di Pisa, la via Regia e la via Fratti. Per la storia, dei 127 partenti, conclusero il Giro 43 corridori. La corsa fu vinta dal varesino Luigi Ganna, alla media oraria di 27,260 chilometri. —
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