Gioco
Il grido di Monica: il teatro non si ferma deve entrare nelle scuole e nelle tv
L’appello della Guerritore per salvare un settore che in Italia impiega centomila persone: «Non si può ripartire a gennaio»
L’impegno di Monica Guerritore per ridare forza e motivazioni al teatro ha trovato interlocutori autorevoli. Dopo essere stata ricevuta dal ministro Franceschini, il suo appello ha avuto anche un sostegno dalla Francia. Le sue proposte hanno suscitato un vivace dibattito che è stato accolto anche da Fondazione Toscana Spettacolo, il circuito regionale che raggruppa oltre 60 teatri. Si parla di ripartenza. Se per il cinema è complicato ancor di più lo è per il teatro. Basterà riconvertire le attività e ripensare i progetti?
«La mia idea è di uscire fuori dal teatro perché l’attività non riprenderà almeno fino a gennaio. Il teatro non si può fermare. Dobbiamo entrare nella società e questa sarà un’occasione per ampliare la nostra funzione, andare in mezzo alla gente. Potremmo aprire i teatri al mattino per farci entrare gli studenti, metterli in contatto con le professionalità che vi lavorano, o andare noi nelle scuole, da assistenti didattici. D’accordo con ministero e provveditorati, potremmo affiancare i docenti in alcune discipline, come la lettura, l’analisi del testo, la poesia, la tragedia greca, l’universo dantesco, l’arte performativa, il racconto attraverso il corpo. Credo nessuno si tirerebbe indietro».
La questione economica non è secondaria.
«Il governo ha messo in campo vari finanziamenti per lo spettacolo. In Francia esiste il sistema degli “Intermittenti dello Spettacolo”: vale a dire che lo Stato interviene a supporto degli artisti nei periodi in cui non lavorano. In Italia un dispositivo del genere non c’è mai stato. D’altra parte è impensabile che ci siano centomila persone che possano ricevere 700/1000 euro al mese per un anno. Non dobbiamo dimenticare il problema dell’emersione: ci sono attori e tecnici che vivono con niente. Avere un reddito d’emergenza vuol dire mettersi in regola e chiedere che sotto un certo limite lo Stato debba pagare i contributi. Nasce ora il registro degli attori in modo da avere una forza contrattuale e propositiva. Per dire ci sono e mi rendo utile».
La sua proposta di portare il teatro negli studi tv ha suscitato molte perplessità.
«Viviamo nel 2020, abbiamo a che fare con un immaginario visivo che vive di nuove tecnologie, un patrimonio potente ma che appartiene di diritto ai così detti nativi digitali, che sono in grado di gestirlo con consapevolezza. Aiutarsi con la duttilità, la versatilità, la prontezza dell’apparato tecnologico di cui oggi possiamo disporre, in un momento come questo in cui gli spazi sono chiusi, vuol dire potenziare il racconto teatrale. Un itinerario che non sostituisce il palcoscenico dal vivo ma che può creare una terza via. Come fa il londinese National Theater che su YouTube manda in scena un Frankestein diretto da Danny Boyle o il Dogville di Lars Von Trier».
Rai Cinque si è mossa fin da subito in questa direzione.
«La tivù, la casa della cultura degli italiani, può essere il luogo deputato in questo momento per prendersi sulle spalle il teatro. Che deve tornare a raggiungere tutte le fasce della popolazione. Deve svolgere la funzione pubblica e andare in prima serata. Si stanno già formando in alcuni Stabili luoghi per le riprese, veri e propri studi cinematografici. Un lavoro che potrebbe arricchire il palinsesto tv, che pure soffre a causa dell’epidemia».
Pensa di raccontare questo periodo quando si tornerà in scena.
«È importante individuare la traccia narrativa che in questo momento parla di noi: ne ho individuata una in Amleto, dove si dice: “il mondo è uscito dai suoi cardini, maledetto destino doverlo rimettere in sesto, il nostro destino è scosso”. Shakespeare scrive nel 1603 durante la peste, il tempo lineare è finito, le cose non sono più ciò che sono né ciò che sembrano. Anche i legami familiari non danno più certezze. Tutto questo nasce da una situazione di sconquasso nell’animo di Shakespeare, e lo mette in scena attraverso una favola. Poi penso a Morandi, ai quadri, non le nature morte, le bottiglie, i vasi ma i paesaggi. Morandi aveva 20 anni quando impazzava la Spagnola, le immagini di strade deserte con palazzi dagli occhi scuri corrispondono a quelle di oggi».
Da attrice, volgendosi indietro chi emerge su tutti.
«Giorgio Strehler, mi ha fatta crescere, nel tempo la sua lezione ha fatto di me una persona. Mi spingeva a seguire le prove al suo fianco, non dalle quinte. Io avevo quindici anni, scoprivo il palcoscenico ma soprattutto la verità dei personaggi. Strehler li colpiva in controluce. Un giorno mi disse’non li illumino davanti, non voglio vedere i loro visi, ricordati che il teatro è il racconto di un uomo che diventa un racconto per tutta l’umanità». –
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