Gioco
Bocco, una vita fra pittura e cartapesta: le sue opere in mostra a Viareggio
Stoppato a causa dell’emergenza Covid, arriva a Villa Paolina l’omaggio al costruttore viareggino Carlo Vannucci
Adolfo Lippi
Tornano in mostra da oggi a Palazzo Paolina, dopo lo stop forzato per l’emergenza coronavirus, le opere pittoriche di Carlo Vannucci detto popolarmente "Bocco", uno dei costruttori di carri più noti fino agli anni '90 del passato secolo. La mostra è importante perché legge esattamente gli stati d'animo, le inquietudini, le speranze, di una generazione di viareggini che vissero a cavallo della seconda guerra mondiale. E vissero, con spiccata sensibilità, il passaggio del carattere, delle abitudini, delle idee tra gli anni del cupo isolamento anche culturale, delle classi emarginate e refrattarie e il successivo esplosivo slancio, non soltanto turistico, della borghesia balneare che, dopo il conflitto, seppe indirizzarsi al godimento della vita, al boom economico, ai piaceri cinematografici e musicali della così detta "generazione del Bernardini" cioè dei magici ritrovi degli anni 80.
Carlo Vannucci fu da subito pittore. Fin da ragazzo. Pittore autodidatta ma curioso a ciò che in arte offriva Viareggio negli anni '30. Ben ne scrive il figlio Enrico in un libro di adesso dal titolo Bocco... mio padre. Vannucci cominciò a provarci, a fare quadri, quando a Viareggio era ancora viva l'imitazione verso Lorenzo Viani. Che si traduceva in una scuola etica di imitatori e rapsodi anche di pregio che si chiamavano Catarsini, Beconi, Sargentini, Marcucci, Santini, Domenici, Ordavo, Beconi, Di Prete. Tutti segnati da un forte senso del tragico, pessimisti nei colori scuri e nelle forme reali. Bocco li frequentò e ne assorbì temi e tecniche. Ma era la loro una narrazione che proveniva direttamente darle intrepide e populistiche angosce vianesche (che si rifaceva a Goya e agli espressionisti nordici) e che in Viareggio trovava riscontri nella letteratura di un Silvio Micheli (con Pane Duro vinse il Viareggio) e nella poesia di Giuliano Bimbi. Ognuno di loro aveva avuto esperienze umane anche drammatiche.
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Carlo Vannucci, tra tanti fu internato prigioniero prima in India poi in Australia (vi stette cinque anni). Ne accusò i tormenti e, di certo, non trascorse una giovinezza spensierata e gioiosa. Cosicché, dipingendo, e magari usando invece dei colori ad olio, pastellature di accatto, rossetti, smalti, trasmise nelle opere, soprattutto nei ritratti, una assonante "malattia di vita", un esistenzialismo corrusco, intimo, macerato che lo avvicinò tanto a certi lavori di Mario Marcucci, anch’egli assai poco mondano e vitale ed estroverso. Vannucci produsse così ritratti di parenti, amici, famigli che rappresentavano il suo mondo affettivo. Non dilagò coi ritratti nella mondanità e nella clientela.
Poi dipinse paesaggi della Viareggio marinara e portuale e fiori di casa, alcuni bellissimi. Epperò esisteva e dopo la guerra rinacque potentissima un’altra anima viareggina, l’anima festaiola, balneare, che aveva avuto ed aveva un proprio grande scrittore, Mario Tobino, un pittore felicissimo, Moses Levy, e una manifestazione, il Carnevale, che fin dai primi del Novecento aveva esportato la città e le sue propensioni vitaiole nel mondo.
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Curiosamente in Carlo Vannucci maturò questa seconda scelta. E così, mentre nei quadri era ed è lo specchio di una identità antica, prese a far carri meravigliosamente solari, ridenti, coloratissimi, vari capolavori indimenticabili quali “Chi vuol esser lieto sia” nel 1953, “I viaggi di Gulliver” del 1956, “Ballata cubana” del 1961, “Rendez vous” del 1973, “Maghi, diavoli e scaramanzie” del 1984, “La bella e la bestia” del 1986 e “Attenti al lupo” del 1992.
Vannucci, che in pittura si era praticamente accostato alla maniera povera e realistica e pascoliana, nei carri si lasciò prendere dall’esplosiva fantasia coloristica di un Antonio D’Arliano (autentico maestro dell’allegoria sfarfallata, da baldoria, ottimistica all’entusiasmo) e ne ringiovanì i contenuti e le scelte, brillando con mascheroni dai sorrisi hollywoodiani (basti pensare a Lorenzo il Magnifico o al Gulliver). Tutto ciò appare poco comprensibile. Ma per chi conosce a fondo Viareggio sa che da subito sono esistite due città e due realtà e due culture (come ben le cantò Egisto Malfatti): una, quella delle classi popolari addette al porto e alla pesca, una quella delle classi “bagnine” che, grazie all’architetto Belluomini e a Galileo Chini, ci sonò il liberty e la leggerezza festaiola (che poi produsse “La Bussola”, i film di Mario Monicelli, la spensieratezza di Stefania Sandrelli, i quadri di Dino La Bianca).
La mostra a Palazzo Paolina di Carlo Vannucci è così una tappa fondamentale per approfondire i duecento anni di città che quest’anno si festeggiano. La mostra è curata da Alessandra Belluomini Pucci. —
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