Il Tirreno

Versilia

QUELLA CALAMITÀ COSÌ POCO NATURALE

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Molte voci hanno sottolineato che assimilare questa pandemia a una guerra rischia di portarci fuori strada. E così mi sono detto se il giusto spirito di reazione di cui avremo bisogno non possa essere invece nella risposta alle calamità naturali. Esempi vicini e lontani non mancano. Dall’alluvione del ’51 nel Polesine, quando i pattìni della Versilia si rivelarono perfetti per solcare la pianura allagata, a quello del 1966 che colpì Firenze. Per arrivare a quello del 16 giugno 1996 che ci riguardò direttamente, con le frane in Alta Versilia, le piene rovinose e l’esondazione del Versilia.

In tutti quei casi però esistevano delle macerie, dei danni visibili e quindi crudelmente oggettivi. Era possibile piangere i morti, e collettivamente. E quelle rovine, quei campi allagati e quei funerali erano anche luoghi di impegno, di vicinanza e di collaborazione. Seppure nell’inevitabile caos dell’emergenza e nei tanti disagi della ricostruzione, il lavoro e l’intraprendenza erano la risposta. E anche i miglioramenti erano visibili e tangibili: l’acqua che si ritirava, la messa in sicurezza degli argini, la ricostruzione delle frazioni cancellate dal disastro.

Oggi non abbiamo niente che assomigli a quegli scenari dolorosi. Oggi non ci viene chiesto di agire, ma di fare il meno possibile. Di non lavorare, di non uscire, di non programmare niente, neanche una piccola cena fra amici. E il coronavirus si ritira sì, ma poi chissà. E comunque non lo vedi, non ci sono immagini che ti dicano che sta andando meglio. C’è un po’ più di gente per strada e ci sono dei numeri, per altro complessi e interpretabili da esperti che spesso non cantano affatto la stessa canzone. E noi? Ancora acquattati dietro la porta per risultare invisibili a un nemico a sua volta invisibile.

Sono passati due mesi dal giorno in cui l’Italia intera è stata dichiarata zona rossa. E il bilancio psicologico, la prima eredità con cui dobbiamo fare i conti mi pare un senso persistente di impotenza e di disorientamento. Non solo non vediamo il famoso “nemico”, ma non c’è ancora neppure un po’ di fango da spalare per poter ricominciare. —

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