Gioco
Mazzette per i posti barca: maresciallo dovrà risarcire
L’ex nostromo della Capitaneria condannato a pagare mezzo milione di euro per i danni provocati al corpo militare con la sua gestione illecita degli ormeggi
viareggio
Offriva ai proprietari di yacht posti barca nel porto di Viareggio, la perla del Tirreno dove storicamente è difficile trovare uno spazio per ormeggiare, in cambio di una somma che andava – secondo la ricostruzione della procura contabile – da 100 a 500 euro a autorizzazione (in base alla lunghezza). Peccato che li facesse attraccare alle banchine gratuite destinate ai lavori. E tutto sottobanco. Per farlo aveva messo in piedi una piccola squadra di esattori, diventando il padrone degli attracchi pubblici. Per mascherare l’ormeggio non consentito, venivano rilasciate anche fatture relative a servizi, tra cui lo smaltimento rifiuti, mai prestati. Fatti per cui Stefano La Rosa, all’epoca dei fatti sottoufficiale della marina militare in servizio come nostromo alla capitaneria di porto di Viareggio, è stato condannato in via definitiva nel 2017 a due anni e quattro mesi di reclusione per corruzione. Adesso si è pronunciata anche la corte dei conti, condannando La Rosa al pagamento di quasi mezzo milione di euro per i danni provocati alla stessa capitaneria e al ministero delle infrastrutture e dei trasporti con la sua condotta illecita.
La procura contabile aveva chiesto molto di più: chiedeva che il maresciallo pagasse oltre 2 milioni e mezzo di euro per il danno di immagine, quello da «violazione del rapporto sinallagmatico» (ossia per aver tolto tempo al suo lavoro) e per quello da illecita percezione di somme derivante «dall’irregolare concessione a privati delle banchine del porto».
Fatti che, secondo l’accusa, sarebbero andati avanti dal 2005 fino al 2012. In sede penale, sono caduti in prescrizione i reati da lui commessi fino al dicembre del 2008, ma la corte dei conti sostiene che «stante l’intervenuta declaratoria di prescrizione, possono ritenersi sussistenti e riconducibili al convenuto (La Rosa, ndr) i fatti illeciti che si collocano nel periodo antecedente al 2008».
In quel periodo l’ex nostromo era in servizio alla capitaneria di porto di Viareggio e aveva l’incarico di rilasciare le autorizzazioni all’ormeggio nelle banchine destinate solo ai lavori (quindi gratuite). In realtà permetteva l’ormeggio a tutti e si faceva pagare. Le somme, si legge nella sentenza della corte dei conti, sono state «percepite al fine di consentire l’ormeggio al di fuori delle ipotesi consentite sia con riguardo alla minore attesa per il rilascio dell’autorizzazione, sia in relazione alla durata complessiva dell’ormeggio, anche superiore al periodo consentito pur in assenza di effettiva necessità di eseguire lavori e, comunque per agevolare l’ormeggio anche a preferenza di altre imbarcazioni». Le banchine da lui gestite erano: Il Bori, la Pasquinucci e la Natino, la stessa dove aveva trovato ormeggio Main, il maxi yacht di Giorgio Armani, il cui comandante, stando alle testimonianze raccolte dal nucleo investigativo dei carabinieri di Lucca, si lamentò del pessimo servizio di fornitura dell’energia elettrica, nonostante l’esoso prezzo di ormeggio.
La corte dei conti in questa «vicenda corruttiva» ha riconosciuto sia il danno da violazione del rapporto sinallagmatico, dal momento che «La Rosa – si legge nella sentenza–, nel periodo temporale 2005-marzo 2012 ha posto in essere plurimi atti contrari ai doveri d’ufficio, in cambio della ricezione di indebite utilità» (danno quantificato in 58.661,26 euro, pari a un quarto della sua retribuzione annua lorda), sia un danno di immagine del ministero e della capitaneria di porto di Viareggio (quantificato in 437.512,48 euro), anche se in questo caso il periodo preso in considerazione è quello che va dal 2008 al 2012 (per cui è stato condannato in sede penale). La Rosa «ha serbato – si legge ancora nell’atto – condotte denotanti un palese disprezzo dei doveri di lealtà, fedeltà, correttezza e legalità, che informano lo status di pubblico dipendenti».
L’illecita percezione di somme secondo i giudici, non può essere considerata danno erariale perché non «si traduce in un maggior costo per l’amministrazione» né in «una minore entrata». —
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