Gioco
Impariamo dai nostri ragazzi a rispettare le regole
La lezione che le nuove generazioni stanno dando agli adulti in queste lunghe settimane che bisogna trascorrere tra le mura domestiche
LETTERA APERTA
Ci ordinano di stare a casa. Eppure molti sono indisciplinati ed escono trovando le scuse più assurde. Ma c'è una categoria di persone dalle quali possiamo prendere esempio per rettitudine e correttezza: sono i giovani, i nostri figli, la generazione Erasmus, abituati a stare sempre fuori casa e che oggi, invece, ci stanno dando una grande lezione di vita.
Se ci fate caso, in giro si vedono per lo più persone adulte mentre i ragazzi se ne stanno a casa. Certo ci sono i più fortunati che hanno un bel giardino, oppure case molto grandi, ma ci sono tanti che vivono in appartamenti piccoli, che comunque seguono le regole. Quante volte abbiamo pensato e detto che questa generazione sarebbe senza ideali, egoista e menefreghista invece dovremmo ricrederci, ringraziarli e prendere esempio da loro per quello che ci stanno insegnando: la serietà, la forza d'animo e soprattutto la pazienza. Perché, diciamolo onestamente, non siamo sempre facili noi adulti, presi dalle nostre vite, come se ci fosse sempre qualcosa di più importante che stare ad ascoltare i nostri ragazzi e i loro problemi. Pretendiamo da loro il massimo ma spesso senza restituire nulla indietro.
Fin da quando erano bambini li abbiamo dotati di cellulare per essere più tranquilli, poi però continuiamo a ripeter loro di posarlo, quello smartphone. Lo stesso smartphone con il quale noi passiamo ore sui social per sentirci più giovani e “fighi”.Fermiamoci un attimo, visto che ora il tempo lo abbiamo, questo è il momento buono per osservare da vicino i nostri giovani. Si svegliano al mattino, accendono i loro tablet seguono le lezioni e fanno i compiti come se fossero sempre sui banchi. Mangiano con noi, conversano con noi, vogliono condividere i loro timori, le loro gioie i loro dolori, oppure semplicemente parlarci dell'ultima serie tv. Fanno sport in casa, cantano, suonano, ballano, scrivono ognuno seguendo le proprie passioni.
Certo sono spesso di malumore (ma anche prima lo erano): non possono uscire, come noi, non possono vedere gli amici, come noi, non possono fare sport all'aperto, come noi: ma rispetto a noi hanno una marcia in più. Sono loro che vengono a consolarci quando ci vedono preoccupati, sono loro che ci fanno ridere con le loro battute, sono loro che ci chiedono di fare qualche cosa insieme e che rendono meno triste questo periodo. I nostri ragazzi trascorrono le loro giornate in maniera corretta e organizzata trovando il tempo per tutto. Poi ci siamo noi, una presenza ingombrante, alla quale non sono abituati, di punto in bianco viviamo a stretto contatto, come non abbiamo mai fatto, eppure i più spaventati da questa convivenza siamo noi.
C'è una frase nel libro “Gli Sdraiati” di Michele Serra in cui un padre dice al figlio: “Non so cosa darei per potermi sedere con te, in un momento qualunque della nostra vita, davanti allo stesso paesaggio, e condividerne in silenzio la forma e l’ordine”. Questa è l'occasione giusta per farlo. Fermiamoci con i nostri figli, impariamo a conoscerli, apriamoci a loro e facciamogli capire chi siamo noi veramente come persone, prima ancora che genitori, confidiamo loro le nostre paure, i nostri segreti. Abbiamo solo da imparare da loro, che, inutile negarlo, sono migliori di noi in tutto anche se fino ad oggi non ce ne siamo accorti fino in fondo.
I veri egoisti siamo noi adulti, i ragazzi invece tengono dentro di loro i propri dolori per non farli pesare a noi. Pensiamo alla sofferenza di quanti hanno perso i nonni senza neppure poterli salutare, quei nonni che li hanno cresciuti quando i genitori non c'erano per lavoro o per mille altri motivi. Sono sempre i ragazzi che ci insegnano la condivisione. Non tutti hanno un computer o una wi-fi a casa, allora molti registrano le lezioni online per poi passarle ai compagni che non possono seguirle. Noi adulti avremmo fatto lo stesso? Forse i nostri giovani non ci salveranno dal coronavirus ma saranno la generazione della rinascita. Sapranno fare meglio di quello che abbiamo fatto noi. Troppo spesso li abbiamo giudicati male senza pensare alle conseguenze o al dolore che potevamo dare loro.
E invece eccoli lì, pronti a tenderci la mano e a dividere con noi ogni cosa. Quindi afferriamola quella mano, come quando erano bambini e invece di salire in cattedra mettiamoci noi sui banchi ad ascoltare, imparare, capire. Soprattutto impariamo a dire grazie ai nostri figli. —
Maria Cristina Ercini
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