Ucciso e fatto a pezzi in Francia La compagna: lui era la mia vita
La donna lo stava aspettando per ricominciare insieme in Germania «Era un brav’uomo e un lavoratore, io ho fiducia nella legge e nella giustizia»
viareggio
«Eravamo innamorati, non è vero che avevamo litigato. Io ero partita prima dalla Francia perché lui doveva dare le dimissioni dal lavoro con un minimo di preavviso. Martedì 9 luglio era il giorno che aveva scelto per dire addio a quella vita e raggiungermi in Italia. Da allora non l’ho più sentito».
A parlare è la compagna di Vittorio Barruffo, 44enne cuoco in una pizzeria nella regione transalpina dell’Isère e per oltre 20 anni residente nel quartiere viareggino della Migliarina. Il corpo di Barruffo è stato ritrovato il 15 settembre tra i boschi. Fatto a pezzi e avvolto in un telo di cellophane. Nei giorni scorsi, a sei mesi dal delitto, a Napoli è stato arrestato e poi rimesso in libertà un trentenne, il principale sospettato.
Ma su questo la compagna di Barruffo non vuole dire niente. «Non voglio accusare nessuno, io ho fiducia nella legge e nella giustizia», spiega. Anna, così si chiama, ha deciso di parlare dopo otto mesi di dubbi, tante domande e poche risposte. Ma vuole farlo soprattutto per smentire «tutte quelle voci e insinuazioni che sono uscite su me e Vittorio. La sua famiglia lo sa come stanno le cose».
Il loro legame, spiega la donna, era felice. Tra alti e bassi, ma felice. «Stavamo insieme da tre anni – dice – Eravamo innamorati. Lui non mi faceva mancare niente, mi portava a Marsiglia, a Parigi. Facevamo una vita casa e lavoro, Vittorio era un brav’uomo, un lavoratore. Nel paesino dove vivevamo (Montalieu-Vercieu, sudest della Francia, ndr) c’erano pochi italiani, quasi tutti emigrati anni prima. Non frequentavamo né loro, né gente di Napoli come è stato scritto per insinuare che Vittorio avesse legami con la criminalità organizzata. Ma questo è falso».
Barruffo, sostiene la donna, aveva contribuito a far decollare la pizzeria dove lavorava come cuoco. «Stavamo bene, eravamo invidiati. Il locale era passato dall’avere una ventina di coperti a metterne insieme oltre cento – dice – Questo era motivo di tensione, lui avrebbe voluto un aumento di stipendio che non gli veniva concesso. Negli ultimi tempi non si trovava più bene e anche io volevo andarmene dalla Francia. Così abbiamo deciso di cambiare vita e ricominciare da un’altra parte. Io sono partita a giugno, lui avrebbe dovuto raggiungermi a luglio. Ci sentivamo 10.000 volte, l’ultima è stata quel martedì in cui doveva dare le dimissioni. Litigavamo, è vero, ma perché lui era abbastanza geloso: tra noi non era affatto finita. Io lo aspettavo e non l’ho più rivisto».
Ora la donna si è trasferita in Germania insieme alla famiglia e attende giustizia. Così come i familiari di Vittorio Barruffo.
«La questione del virus ha complicato tutto – conclude – anche l’inchiesta su questa tragedia. Aspettiamo, io ho fiducia». —
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