Il Tirreno

Versilia

L’INSIDIA SILENZIOSA DELLA VIDEO CONFERENZA

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Una volta gli scrittori potevano starsene a scrivere in solitudine. Un’esistenza che potrebbe assomigliare a quella di tutti noi oggi. Poi sono arrivati i festival, i corsi di scrittura, i reading. Ed è stato un bene, io ve lo dico, perché l’homo scribens lasciato a se stesso può regredire di gran lena, almeno nell’aspetto, verso il suo predecessore neanderthaliano. Quando scrivi di brutto inizi a non raderti più e ti dimentichi la faccia del tuo barbiere. Anche se non cedi al supremo disprezzo di te stesso rappresentato dalla tuta di viscosa anni ’90, giri per casa con maglioni slabbrati o tristemente infeltriti.

Diciamolo: la presentazione in libreria e la riunione editoriale ci hanno strappato all’abbrutimento. Se tutto questo però cessa di esistere, bastano venti giorni e la regressione evolutiva dell’homo scribens procede inesorabile.

Lo scrittore schivo del passato, però, non doveva confrontarsi con una terribile insidia tecnologica chiamata “videoconferenza”.

Io invece qualche giorno fa ho dato l’okay a una conference call e, dieci minuti prima dell’orario prefissato, mi accorgo con sgomento che ho bisogno di una doccia, che lo studio è un bordello e ho indosso la maglietta scolorita di un gruppo rock scioltosi nel secolo scorso.

In dieci minuti scelgo l’angolo dello studio più presentabile, faccio le prove con la webcam, regolo la luce nella stanza, mi improvviso scenografo e direttore della fotografia di una estemporanea rappresentazione di me stesso. Al posto della necessità di prepararmi per uscire nel mondo esterno, mi ritrovo a decidere quanto e come delle persone che al momento non conosco possano entrare nel mio. Ma anche io entro improvvisamente in casa di sconosciuti. Nei riquadri di vita che ho davanti al quotidiano irrompe implacabile: a qualcuno arriva il caldaista, invece c’è chi parla pianissimo perché la figlia piccola s’è finalmente addormentata dopo una notte insonne.

Nelle riunioni dell’epoca del coronavirus siamo lontani, non ci diamo la mano e non ci guardiamo negli occhi. Eppure, in quei piccoli riquadri riveliamo sulle nostre vite molto più di quanto faremmo di persona, sul campo neutro di un qualsiasi ufficio. —

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di Redazione web