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Coronavirus, gli eroi del pronto soccorso del Versilia: hanno tutti rifiutato le ferie
Fanno turni duri, chi ha un momento di stanchezza viene coperto dagli altri: «Pronti ad ogni evenienza, continuate a darci una mano rispettando le regole»
VIAREGGIO. Non ce n’è uno che abbia detto: forse è meglio che mi faccia qualche giorno di ferie. Si sono tutti rifiutati. E non è che si sentano superuomini o superdonne, tutt’altro. Anche loro hanno momenti di preoccupazione, quando il respiro si fa affannoso e il pensiero corre subito a uno dei possibili sintomi del coronavirus. Anche loro pensano che sono giovani e hanno tutta la vita davanti, oppure che a più di sessant’anni e con qualche acciacco alle spalle rischiano molto. Molto più dei colleghi giovani e degli amici.
Però tutti vogliono restare al loro posto. Che è la prima linea nella lotta al virus. «Perché questa è come una guerra - afferma il primario del pronto soccorso Giuseppe Pepe - Anzi: è come se facessimo la Settimana enigmistica con la tuta da palombaro addosso».
Le donne e gli uomini che lavorano nel pronto soccorso dell’ospedale Versilia stanno combattendo la loro battaglia, «che poi è quella che stanno combattendo tutti i nostri colleghi d’Italia e i nostri connazionali - spiegano - Lo stiamo facendo da squadra, come dev’essere fatto». Con i capifamiglia, il primario Pepe e la coordinatrice degli infermieri Federica Franchi. E con l’aiuto dei colleghi dell’ospedale, del direttore del Versilia Giacomo Corsini, del responsabile di Igiene e sanità pubblica Franco Barghini, del capo dipartimento Emergenza-urgenza dell’Asl Ferdinando Cellai. C’è solidarietà: «In momenti come questi si diventa amici anche con il collega con cui non lo avresti detto».
Il merito, si spiega, è di un’organizzazione e di uno spirito di corpo che stanno portando a superare anche i momenti difficili. Perché i momenti di smarrimento ci possono essere, per chiunque. Anche per gli eroi. Ci sono le debolezze, il pensiero ai propri cari e a se stessi. «Quando qualcuno ha un momento di stanchezza - affermano dal reparto - ci sono gli altri che lo coprono». I turni sono duri, nessuno guarda l’orologio «ma siamo rispettosi dei riposi. Sappiamo che dobbiamo essere lucidi quando lavoriamo».
Perché è sulla capacità di giudizio di queste persone, sulla loro esperienza, sulla loro professionalità, inquadrate in un sistema che non può e non deve avere falle, che si basa la più grande operazione di emergenza sanitaria dal Dopoguerra ad oggi. Ci sono stati oltre 1.300 accessi al pronto soccorso del Versilia nei primi dodici giorni di marzo: il numero è in calo rispetto all’ordinario, diciamo il 20% in meno, ma c’è da gestire qualcosa mai visto prima. Il sistema è rigido e prevede tre livelli di controllo per i pazienti che arrivano e che non hanno nulla a che vedere con un possibile contagio: ad esempio, se si sono rotti un braccio o se si sono bruciati mentre cucinavano. Il primo accesso è la tenda che è stata messa di fronte al pronto soccorso e che fa da filtro a tutti gli arrivi; poi c’è il controllo con il triage - schermato dal vetro - e infine il terzo, quello dei medici all’interno del reparto. A quel punto, se è confermato che non c’è alcun sospetto di contagio, si va nella zona "pulita". Per i sospetti contagiati ci sono quattro livelli di controllo: la prima fase è il medico curante, poi l’arrivo alla tenda, il controllo al triage e infine la visita del medico nella "zona rossa", con la dotazione di sicurezza prevista per evitare il rischio di contagio. «Siamo pronti e attrezzati ad ogni evenienza - è la conclusione - Finora gli utenti, non intasando il pronto soccorso, stanno rispondendo bene alle nostre indicazioni. Continuate così: se rispettate le regole, ci date una mano».
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