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Coronavirus, il primario del Versilia in prima linea: «Pronti all'emergenza, ecco come»

Melania Carnevali
Coronavirus, il primario del Versilia in prima linea: «Pronti all'emergenza, ecco come»

Stefano Buzzigoli, 67 anni, a capo di Rianimazione al Versilia, nel 2009 gestì l’emergenza per la strage: «Il nostro è un reparto d’assalto» 

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Quando nel suo reparto è arrivato il primo paziente positivo al coronavirus, non ha fatto una piega. Era pronto. Tutto il personale lo era. Lo sono sempre. «La rianimazione– racconta a Il Tirreno Stefano Buzzigoli, 68 anni, primario di Anestesia e rianimazione all’ospedale Versilia – è un reparto d’assalto: l’imprevedibile accade, il mai accaduto si verifica». Fa una pausa e aggiunge: «Insomma, ha una struttura mentale e culturale che ci tiene sempre pronti al peggio».

E il peggio era già accaduto il 29 giugno del 2019, quando un treno merci che trasportava gpl deragliò poco dopo aver superato la stazione di Viareggio, causando un mega incendio che si portò via la vita di 32 persone. Quella notte, nel giro di 70 minuti, in ospedale, arrivarono 39 pazienti, uno ogni 1,79 minuti, 25 codici rossi. Oggi il suo reparto si trova a dover gestire un’emergenza nuova, «di dimensioni mai viste». E non tanto per la pericolosità dell’infezione («la risposta a una patologia infettiva è individuale», dice Buzzigoli), quanto per la «velocità con la quale si diffonde». Il nemico «da combattere – dice – è proprio la velocità».

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Quindi crede che le misure adottate da governo e Comuni non siano esagerate?

«No, assolutamente. Queste misure sono state adottate, non tanto perché la malattia è grave, quanto per ridurre la possibilità che le persone vengano contagiate e abbiano poi bisogno dell’ospedale. Perché a una crescita esponenziale dei pazienti non è detto che ci possa essere una crescita dei posti dei letto e della strumentazione. La moltiplicazione dei casi rischia di stressare le risorse dell’ospedale».

L’ospedale Versilia è pronto per un eventuale aumento dei casi?

«L’attrezzatura non manca. Il personale è sicuramente inferiore rispetto al passato per il blocco del turn over, ma per il momento riusciamo ad assicurare l’assistenza. Per quanto riguarda i posti letto, la rianimazione ne ha dieci di cui due a pressione negativa (è un sistema di contenimento/isolamento utilizzato per la malattie infettive, ndr). Uno di questi è occupato. Se dovessero aumentare, si potrebbe pensare di dedicare interamente la rianimazione dell’ospedale di Lucca al Covid-19, replicando il modello adottato nel nord Italia. Cosa che permetterebbe anche di non frammentare le risorse. Un paziente si porta dietro tutta una serie di misure precauzionali dispendiose».

Cosa è cambiato rispetto a prima?

«Ora la normativa ci dice come fare la vestizione prima di entrare in una stanza a pressione negativa e come svestirci».

E come dovete farlo?

«Prima di entrare ci si mette i calzari, poi il camice impermeabile, poi il cappello, la visiera, la maschera ad alto filtraggio, infine i guanti, due paia. Prima ne bastava uno: non c’erano nemmeno le maschere ad alto filtraggio né il camice impermeabile. All’uscita bisogna togliersi prima il camice, ma senza mettere le mani dietro: bisogna strapparlo da davanti con i guanti ancora sporchi. Poi ci si leva il primo paio di guanti e si tolgono le altre cose: cappello, mascherina e il resto. Infine ci si toglie l’ultimo paio di guanti e ci si lava a fondo mani e braccia. Io mi lavo anche il collo, il viso e la testa, poi mi metto il gel. Le cose sporche vengono subito sigillate e portate via».

L’emergenza coronavirus ha cambiato il suo stile di vita?

«Certo, lo ha cambiato: adesso sono sempre in ospedale. Arrivo alle 7, alle 9.30 abbiamo la prima video-conferenza con gli altri ospedali della Toscana che hanno casi di contagiati. Ci confrontiamo quotidianamente anche per capire quali sono le disponibilità nelle varie strutture. È un momento di forte aggregazione questo. Poi ci sono i briefing quotidiani, tre per ogni paziente. E le chiamate continue su possibili nuovi casi di contagiati. È totalizzante, ma ci siamo abituati. Nessuno si risparmia nel momento del bisogno».

Secondo lei bisogna temere questo virus?

«Dipende dall’ospite, cioè dalla persona. Si reagisce in modo diverso in base al proprio sistema immunitario. I giovani, tendenzialmente, sono vettori del virus ma, se vengono contagiati, vengono colpiti in modo meno grave, perché hanno un sistema immunitario più giovane. Gli anziani, invece, è più facile che abbiano complicanze perché il loro sistema immunitario è più stanco». 

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