Attenzione
Derubato l'imprenditore condannato per omicidio
Camaiore, il figlio di Roberto Romanini denuncia: "Ci hanno portato via vestiti e lettere dal carcere di mio padre"
CAMAIORE. «Ci hanno portato via i vestiti e le lettere dal carcere di mio padre». I carabinieri stanno indagando su un furto denunciato da Emanuele Romanini, 40enne figlio di Roberto, l’imprenditore camaiorese condannato all’ergastolo per l’omicidio del cugino Stefano Romanini.
Secondo quanto riferito da Romanini ai militari, il furto sarebbe stato commesso nei giorni scorsi in un container in via di Contra, vicino a Frati: una specie di rimessa utilizzata dai Romanini come deposito di materiale di vario genere.
È lo stesso Emanuele Romanini ad affermare ai carabinieri di aver scoperto che l’apertura di questo container era stata forzata e che qualcuno si era introdotto all’interno. «I ladri hanno preso alcuni vestiti di mio padre Roberto, la mia borsa della palestra contenente materiale per la boxe. Più lettere e fogli, con qualche foto, scritti da mio padre in carcere».
L’uomo, inoltre, ha riferito una circostanza che a lui appare strana: dentro quella rimessa ci sono anche oggetti di valore, come quadri e orologi, ma non sono stati portati via. Saranno i militari a dover chiarire cosa c’è dietro questo episodio.
Roberto Romanini, 68 anni, si trova in carcere a Pisa, ma non per la condanna all’ergastolo per l’omicidio del cugino (che non è definitiva): l’imprenditore sta scontando la pena di 16 anni per il sequestro con ricatto dell’ex socio in affari, con cui lavorava nel mercato dei funghi. Nel frattempo si attende che la Corte di Cassazione stabilisca l’udienza per il delitto di Stefano Romanini, assassinato sotto casa a 47 anni con nove colpi di pistola l’8 febbraio del 2011. Roberto, oggi assistito dagli avvocati Pamela Bonaiuti e Sara Mazzoncini, si è sempre dichiarato innocente.
Ma secondo gli inquirenti è lui che avrebbe architettato il delitto, assoldando un killer rimasto ignoto e poi fabbricandosi un falso alibi, sostenendo di aver pernottato a Torino assieme a un amico vigile urbano. Roberto ha sempre sostenuto di essere stato vittima di un’inchiesta senza prove: ad oggi mancano, in effetti, tasselli non di poco conto come l’identità del killer e l’arma del delitto. È notizia di questi giorni, infatti, che la stessa Procura ha riferito di esami inconcludenti su una pistola ritrovata in un terreno di proprietà di Romanini.
I giudici di primo e secondo grado, però, lo hanno condannato all’ergastolo sulla base delle testimonianze e della ricostruzione di un rapporto difficile tra lui e il cugino Stefano. Il movente sarebbe stato doppio: da un lato farla pagare a Stefano per aver lasciato la società che avevano messo su insieme e che aveva debiti di centinaia di migliaia di euro. Dall’altro c’era una polizza sulla vita da 600.000 euro che Stefano aveva stipulato, con beneficiari proprio il cugino e un altro socio. Quella polizza, tra l’altro, non è mai stata pagata
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