Toscana
L’erede di casa Fonio maschera fedelissima del clan Lebigre-Roger
Viareggio. «Per il lavoro che faccio devo per forza ritagliarmi alcuni spazi, che siano attività sportive o hobby. E grazie al Carnevale il mio cervello si rigenera, è proprio una valvola di sfogo». Meglio ancora, oltretutto, se vissuto ballando davanti a un carro, mimetizzandosi fra i vari figuranti vestiti tutti uguali e meravigliando il pubblico con una coreografia. Claudio Fonio è socio e amministratore della Iffi, colosso viareggino delle costruzioni. Ma a Carnevale, come per magia, diventa altro: è una delle maschere della compagnia dei Lebigre-Roger. Una storia che parte dagli anni Ottanta, quando montò per la prima volta su un carro: da lì in poi non è più sceso, se non per adeguarsi all'evoluzione dello spettacolo delle sfilate. «Sì, posso dire di aver vissuto tutte le fasi del cambiamento - racconta lui - nel 1987 andai su "Gatta ci cova" di Carlo Vannucci, poi l'anno dopo passai da Arnaldo Galli: ricordo ancora il costume de "I grandi rischi", era tutto dorato. A quell'epoca si stava tutti sul carro agitando i ponpon».
Con il carrista più vincente di sempre fu amore a prima vista, tant'è che rimase anche quando Galli si mise in società con Gilbert Lebigre e Corinne Roger, a cui poi lasciò il testimone una volta deciso di ritirarsi: «L'anno della famosa ballerina mi dissero che sarei potuto rimanere, a patto che accettassi di ballare e vivere il Carnevale in maniera diversa. 'Certo', risposi senza esitazioni. E da lì sono sempre rimasto coi Lebigre».
Una sorta di spartiacque, quel 2004: "Ho vissuto le vittorie con 'Carnevale nel cassetto' e il cigno, ma quella volta fu un'altra storia: il carro sfilava alla rovescia, per la prima volta i figuranti offrivano uno spettacolo. Provai sensazioni diverse. In seguito c'è stata l'amarezza per tanti secondi posti...».
E un simpatico aneddoto: «L'anno di 'Viaruggine' dovevamo imparare dei balletti molto difficili: eravamo in trecento. Al primo corso, però, solo sette di noi montarono sul carro: chi era a terra doveva eseguire quei balletti, ma a specchio. Potete immaginare come andò a finire...». —
Simone Pierotti
(2 - continua)
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