Toscana
Avvelenato il gattino di una strada, la rabbia degli abitanti
Zorro era un gatto randagio di cui tutti in via del Palazzo a Seravezza si prendevano cura
SERAVEZZA. Non aveva un unico proprietario, Zorro, un gatto randagio di cui tutti in via del Palazzo a Seravezza si prendevano cura. E oggi i residenti sono arrabbiati, tanto, perché quel piccolo micio a cui tutti da qualche anno si erano affezionati è stato avvelenato. Non ci sono sospetti su chi possa aver compiuto il brutto gesto (che è anche un reato). «È stata la veterinaria a spiegarci che aveva tutti i sintomi riconducibili ad un avvelenamento», dice Franco Bertocchi. Lui con la moglie Maria Galleni, insieme a Antonella Landi e il marito Carlo, poi Roberta Pierucci della Pizzeria Il Nuraghe, la famiglia di Matteo Marchetti e Francesco Speroni erano coloro che sfamavano e accudivano Zorro. Il gattino tutto nero - per questo il nome - a turno andava a prendere i croccantini davanti alle loro porte di casa o nelle aie. Era ormai una mascotte.
«È rimasto agonizzante per due giorni, venerdì e sabato, poi - prosegue Franco - è morto domenica mattina. La veterinaria già voleva applicare l’eutanasia, ma noi fino all’ultimo ci abbiamo sperato. Era ben voluto da tutti, quindi se c’è un responsabile non è certo in questa strada». Sono circa 100 metri di strada in cui abitano una dozzina di famiglie, fra piazza Mazzini e le Scuderie Granducali dell’area Medicea. «Un signore, che ogni tanto lo ospitava la notte nel suo garage, sono due giorni che piange - racconta Franco -. Lo abbiamo trovato sdraiato moribondo con la bava alla bocca. La veterinaria che abbiamo chiamato ci ha poi svelato la probabile causa. Sono animali buoni e affettuosi, che non fanno danni, e gli va portato rispetto. Zorro era un gatto randagio ma pulitissimo: dormiva nella carriola del mio garage, altrimenti mia moglie gli aveva fatto una cuccia in un vicoletto privato sotto casa nostra. Speriamo non succeda più perché adesso gira in questa strada un altro gatto, questo è rosso, al quale non neghiamo un po’ di cibo».
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