Sicurezza
Federico Fellini e il Carnevale di Viareggio: «Solo qui mi accontentano»
A cento anni dalla nascita, i carristi raccontano le collaborazioni col grande regista: «Veniva agli hangar e sapeva che a Viareggio poteva risolvere ogni problema»
Viareggio. Federico Fellini avrebbe compiuto cent’anni domani. Al traguardo del secolo, però, non ci si è neppure avvicinato: il regista riminese si spense a fine ottobre nel 1993. I suoi film, però, hanno sfidato le leggi del tempo, cristallizzandosi in capolavori immortali del cinema. E non sono stati dimenticati neppure gli straordinari lavori che i carristi del Carnevale realizzarono per alcune pellicole di Fellini. «Ecco, solo a Viareggio mi capiscono, solo a Viareggio mi contentano!», avrebbe sibilato un giorno alle maestranze di Cinecittà mentre rimirava il mastodontico busto di Anita Ekberg realizzato per “Boccaccio ‘70”.
Al pari di Fellini, pure i costruttori coinvolti in quei lavori se ne sono andati: prima Renato Galli, poi Silvano Avanzini e, giusto la scorsa estate, Arnaldo Galli. Curiosità e aneddoti su quel fruttifero incontro tra due mondi immaginifici come il Carnevale e il cinema, invece, sopravvivono ancora oggi nelle testimonianze dei rispettivi figli. Che, per ragioni anagrafiche, hanno vissuto in prima persona solo la costruzione della gigantesca polena per il “Casanova” uscito nelle sale nel 1976.
Fellini bussò per la prima volta alla porta dei maghi della cartapesta nel lontano 1953, quando i baracconi della “fabbrica del divertimento” si affacciavano ancora sulla via Cairoli: Arnaldo Galli gli modellò un testone in cartapesta che Alberto Sordi accarezza nella scena del celebre veglione ne “I vitelloni”. «In seguito si misero in società Arnaldo, mio padre Renato e Silvano Avanzini – ricorda Fabrizio Galli, oggi costruttore di prima categoria – nei libri sul Carnevale il nome di Renato non appare mai, ma partecipò eccome a quei lavori per Fellini, tant’è che la polena fu costruita nel suo hangar».
Ecco, la polena – che in realtà erano due, una di un metro e l’altra di circa otto. «Fu decisamente un lavoro all’avanguardia – racconta Alessandro Avanzini, figlio del grande Silvano – la testa fu prima realizzata con una rete di juta e poi ricoperta di cartapesta: successivamente fu chiamata una ditta per completare il lavoro con il poliuretano espanso. Un oggetto scolpito e formato nella schiuma poliuretanica era, per quei tempi, una grande invenzione».
Dei tre figli d’arte, Roberto Galli è quello che ha fatto l’apparizione più fugace nel mondo del Carnevale. Non per questo, però, ha vissuto indirettamente quell’epopea: «Veniva spesso da noi quando aveva dei problemi con le scenografie, sapeva che i nostri carristi avrebbero dato forma ai suoi sogni – racconta il figlio di Arnaldo – veniva quasi sempre al baraccone, ma qualche volta passò pure dalla nostra abitazione in via Don Tazzoli». Che era a un tiro di schioppo dagli hangar di via Marco Polo. «Ho avuto modo di conoscere Fellini anche se non così bene come mio padre. Però sì, qualche volta ci siamo incrociati».
Anche Roberto Galli ricorda con maggior nitidezza la polena: «Il poliuretano espanso la rese perfettamente galleggiante, ma nel film doveva essere nascosta sott’acqua: furono ingaggiati alcuni sommozzatori che, per immergerla, la caricarono di pesi che poi tolsero manualmente per farla emergere in quella celebre scena».
Un’altra curiosità: «Ricordo che la testa fu montata su una ralla che ruotava – dice Fabrizio Galli, allora adolescente – mio padre, Arnaldo e Silvano utilizzarono un modellino con i punti per poi realizzare correttamente l’ingrandimento. Soprattutto, scattarono alcune foto della lavorazione su cui poi fecero degli scarabocchi per definire meglio la scultura».
E proprio sulla polena c'è un simpatico aneddoto tramandato dai libri sulla storia del Carnevale. Vuole la leggenda che Fellini disse chiaramente che si sarebbe riservato il diritto d'intervenire sull'opera qualora non avesse soddisfatto le sue aspettative: quando tornò per verificare con i suoi occhi, i carristi già temevano di veder "aggeggiata", per dirla alla viareggina, la loro testa gigante. Macché: «E chi ha il coraggio di toccarla?», chiosò il regista. Un finale, a suo modo, davvero felliniano. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

