Gioco
Io, ex eroinomane, fuori dal tunnel grazie al Pca
Testimonianza di un ex utente del servizio che sta per chiudere per mancanza di soldi
LA STORIA
Questa storia comincia 20 anni fa: Marco - nome di fantasia - ha 19 anni, si fa di eroina, ha un quotidiano complicato e non vuole saperne di smettere. Due decadi dopo Marco ha il suo lavoro, una famiglia e guarda al domani con quella fiducia che per troppo tempo si è visto negare. Marco, come tante altre vittime della tossicodipendenza, se oggi può raccontare di esserne fuori lo deve non solo alla sua forza di volontà, ma anche a un servizio, il Progetto Comunità Aperta, che fra due giorni, causa mancanza soldi, dovrà chiudere. «Una prospettiva che fa paura a molti utenti: difficile spiegare a chi non c’è dentro cosa rappresenta il Pca per una persona dipendente. Una soluzione va trovata» è il pensiero di Marco.
«L’eroina - prosegue - a un certo punto, per il sottoscritto, era diventata un problema: decisi così di frequentare il Sert di Pietrasanta - la sede era all’ex Asl lungo la Sarzanese - ma quando vieni considerato un numero e il rapporto umano è soffocato dal protocollo, non puoi trovarti bene. Alla fine mi sono messo in contatto col Pca e in particolare con uno degli operatori, Nando Melillo. In realtà in quel periodo non ero ancora intenzionato a smettere di farmi: frequentavo, seguivo, partecipavo all’attività del Pca ma non mi sentivo ancora convinto per cominciare un certo percorso. E quando nella testa non ti scatta qualcosa, non ascolti nessun consiglio e meno che mai assecondi chi ti ordina di fare questo o quello. La competenza e l’umanità di Melillo e di tutto lo staff del Pca mi hanno gradualmente fatto capire che ero pronto. In certi contesti se il terapeuta si pone al tuo livello, se nasce un’amicizia, se c’è empatia allora tutto diventa possibile. Anche in un caso come il mio che era tutt’altro che semplice. Loro mi hanno dato fiducia e io ho avuto fiducia in loro: nel metodo, nel mettermi in discussione, nel capire cosa fosse più giusto per me. In tutti questi anni di eroina ho sempre continuato a lavorare, a portare avanti la mia professione: certo, non è stato semplice. Chi mi vedeva dall’esterno pensava, “guarda Marco come si è ripreso, come sta bene”. Ma non era così: ero nel mezzo di un percorso e senza il Pca, senza Nando e i medici non ne sarei venuto a capo. Oggi sono due anni che non mi faccio di eroina e mi sento tranquillo. Continuo a frequentare il Pca, a parlare con loro, a partecipare alle attività sociali che promuovono e che ci fanno sentire parte in causa. Importanti per gli altri. Perché oltre ai protocolli medici, oltre ai controlli e ai colloqui, oltre al metadone ci deve essere un coinvolgimento nella società che è alla base di un reinserimento. Di una ripartenza. Invito chi ha in mano il destino del Pca a riflettere: non si chiude semplicemente una struttura ma si cancellano decenni di esperienze e rapporti che hanno salvato tante persone».
Intanto il Comune di Seravezza ribadisce il suo sostegno al Pca. «Attendiamo da novembre - sottolinea l’assessore Orietta Guidugli - di essere convocati al tavolo con l'Asl e gli altri Comuni. Mi auguro che l'incontro annunciato per il 20 gennaio sia risolutivo e rimetta la macchina in carreggiata. Reputiamo l'attività necessaria per l'intera Versilia Storica». — L.B.
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