Il Tirreno

Versilia

Un tweet e una pietra d’inciampo per il viareggino Oreste Sergio Molco

Jeanne Perego
Un tweet e una pietra d’inciampo per il viareggino Oreste Sergio Molco

Il Memoriale di Auschwitz-Birkenau e la città di Napoli rendono omaggio alla memoria dell’elettricista vittima dell’Olocausto 

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VIAREGGIO. Il Memoriale di Auschwitz-Birkenau, dove si è consumata una delle pagine più buie della storia umana, ha un account ufficiale su Twitter che utilizza con regolarità giornaliera per mantenere viva la memoria sull’orrore del campo di concentramento diventato il simbolo dell’Olocausto. Mercoledì scorso ha twittato la bella foto di un uomo, accompagnandola con il testo “8 January 1911 | An Italian Jew Sergio Molco was born in Viareggio. He was an electrician and lived in Lucca. In 1944, he was deported to #Auschwitz where he perished” (8 gennaio 1911 – In questo giorno l’ebreo italiano Sergio Molco nacque a Viareggio. Era un elettricista e visse a Lucca, fu deportato a #Auschwitz dove morì).



La foto pubblicata proviene dagli archivi dello Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah. Il tweet è stato potenzialmente letto da oltre 924.000 persone, tante sono quelle che seguono l’account del Museo di Auschwitz, dove il 27 gennaio si celebrerà il 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio con 3.000 ospiti tra cui 200 lì sopravvissuti alla Shoah.

La storia di Sergio Molco, per la precisione Oreste Sergio Molco, è stata studiata dalla viareggina Silvia Angelini, ricercatrice dell’Isrec di Lucca, l’istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Fino all’estate del 1943 Molco viveva a Napoli insieme alla moglie Ivonne Procaccia, attorniato dalla famiglia di lei: la sorella Elda con il marito Loris Pacifici di origini viareggine con la figlioletta neonata Luciana, il fratello Aldo con la moglie Milena Modigliani, che come indica chiaramente il cognome era di origini livornesi benché fosse nata a Firenze, e il piccolo Paolo, 4 mesi più di Luciana, oltre che i genitori di Ivonne, Amedeo Procaccia e Jole Benedetti.

Una famiglia ebrea felice fino alla promulgazione delle leggi razziali. Nell’estate del 1943, per sfuggire ai bombardamenti che stavano mettendo in ginocchio la città, con solo quello che avevano addosso, sfollarono tutti in Toscana a Cerasomma, nel comune di Lucca, in una zona dove pensavano di poter essere al sicuro, vicini a conoscenti e parenti. Ma fu come finire nella bocca del leone: anche in Toscana era scattata la caccia all’ebreo, e tutta la famiglia lo era. Il 6 dicembre, per una delazione, i Pacifici, i Procaccia e la Modigliani vengono arrestati dai fascisti della Guardia nazionale repubblicana. Vengono portati al campo di concentramento di Lucca, e poi da lì avviati a Auschwitz dove morirono tutti. La più piccola, Luciana,7 mesi, morì durante il trasferimento sul convoglio numero 6, partito da Milano, dal famigerato binario 21, il 30 gennaio 1944. Lo stesso su cui si trovava Liliana Segre, ragazzina di 13 anni.

A Luciana, la più piccola viareggina (per discendenza) morta nell’Olocausto è stata intitolata la passerella sul Burlamacca, oltre che la piccola biblioteca di Cerasomma. Sergio Molco e la moglie sfuggirono all’arresto perché non erano in casa. Lei, insieme al figlio, sono stati gli unici della famiglia che sopravvissero alla Shoah. Lui la scampò per poco: i fascisti lo arrestarono il 20 gennaio 1944, mentre, con documenti falsi, cercava di portare aiuti agli internati nel campo a Bagni di Lucca. Lo aveva già fatto anche altre volte, ma quella mattina fu fermato, probabilmente anche lui vittima di una delazione. Finì detenuto nel campo di Bagni di Lucca e poi in carcere a Milano. Sul convoglio numero 6 fu caricato anche lui, il treno arrivò a Auschwitz il 6 febbraio. Morì 22 giorni dopo, il 28 febbraio, dice la storia.

Sabato 4 gennaio Napoli ha ricevuto le sue prime “stolpersteine”, le pietre d’inciampo, piccoli monumenti alla memoria delle vittime dell’Olocausto della misura di un sanpietrino ricoperto da una placca d’ottone, che l’artista tedesco Gunter Demnig incorpora nel manto stradale davanti all’ultima abitazione conosciuta di chi fu deportato verso i campi di concentramento nazisti e non è più tornato a casa. In giro per il mondo ce ne sono già più di 75mila. Nella città campana Demnig, grazie all’iniziativa portata avanti da Alfredo Cafasso Vitale e Nico Pirozzi con l’Assessorato alla cultura, ne ha installate 9 in piazza Borsa all’altezza del numero civico 33. Sono ancora lucidissime, nuove. Una ricorda Oreste Sergio Molco, le altre 8 gli altri membri della famiglia napoletana-viareggina che non ha più potuto fare ritorno lì. —

 

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