Il Tirreno

Versilia

BOTTEGHE STORICHE 

Chiude il barbiere della Darsena che ha fatto i capelli a mezzo mondo

Simone Pierotti
Chiude il barbiere della Darsena che ha fatto i capelli a mezzo mondo

Tra i clienti di Carlo Gori tanti membri degli equipaggi e comandanti delle navi. Per fissare gli appuntamenti aveva preparato un foglietto in venti lingue diverse 

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VIAREGGIO. Ha fatto il giro del mondo senza mai muoversi dalla sua bottega di via Coppino, tagliando i capelli a messicani, russi, indiani e cinesi. Un viaggio lungo più di trent’anni. E ora è giunto all’epilogo: il barbiere Carlo Gori chiude definitivamente la sua attività. Non ci gira intorno: è una decisione maturata dopo che gli era stato prospettato l’obbligo di allacciare la linea telefonica per il Pos. Una decisione sofferta, perché questo fondo in via Coppino, nell’isolato dove poi vengono montate le cucine del Carnevaldarsena nel periodo invernale, è stato davvero una seconda casa per mezzo secolo. Una vita divisa fra Stiava, dove ha sempre vissuto, e il quartiere dei cantieri navali.. Una storia che parte negli anni Sessanta quando, a 17 anni, entra a lavorare come garzone di bottega da Paolino, al secolo Paolo Barsotti: «All’epoca non guidavo, mi passava a prendere la mattina e poi mi riportava su a Stiava – racconta Gori, che oltre a essere innamorato del suo lavoro è un apprezzato fotografo – da lì in poi non ho più smesso di fare questo mestiere. E una volta che lui ha smesso ho portato avanti io l’attività».

I primi tempi il giovane Carlo, mentre dà una spuntatina alle barbe di mezza Darsena, indossa un camice con una stella sul petto: così gli viene cucito addosso il soprannome di “Sceriffo”, che lo ha accompagnato fino ai giorni nostri.

Addobbata come gli interni di una barca, con timoni, ancore e una cornice con le varie tipologie di nodi, la bottega è stata una sorta di faro da cui osservare i cambiamenti del quartiere: «Sì, ho vissuto tutta la trasformazione della Darsena – prosegue Gori – prima era un villaggio di pescatori con tanti pescherecci: era attiva, c’era movimento. Poi sono arrivati gli yacht ed è cambiato tutto». I primi clienti erano proprio i pescatori: «Mi raccontavano le loro storie di mareggiate, di uscite in alto mare. L’argomento erano sempre le barche. E poi tantissime storie di persone».

Con l’avvento della cantieristica i pescherecci vengono fatti sloggiare, diciamo così. E di conseguenza cambia anche la clientela: «Negli anni Ottanta si cominciarono a vedere i primi stranieri: erano i membri degli equipaggi delle imbarcazioni che arrivavano in Darsena». Un cacciucco di nazionalità che col tempo lo ha portato a buttar giù un foglietto con la scritta “Giovedì lavoro su appuntamento” in 20 lingue diverse. «Quelli che venivano da più lontano sono stati australiani e neozelandesi: qualcuno mi ha anche invitato ad andare a trovarlo laggiù. Una volta poi mi capitò un russo, comandante di uno yacht attraccato a Genova: si trovò talmente bene che mi mandò pure il figlio da là. “Mio padre ha detto che sei il Michelangelo del capello” mi disse. Perché sono pignolo come Michelangelo, ho sempre tagliato quel peletto in più che non mi garbava».

E ancora: «Un giorno entrò un messicano, che poi è tornato altre volte: siamo diventati amici, lo portai a vedere una mostra fotografica. Lui parlava in spagnolo, io in stiavese – racconta ridendo - ma ci capivamo».

Ora è giunto il momento di ammainare la bandiera. Non per volontà sua, certo. E così se ne va un altro pezzo di storia della Darsena del tempo che fu. —

Simone Pierotti

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