«Le amministrazioni pubbliche non si accontentano più»
Gli esperti: richiesta professionalità sempre più alta, ma forse le domande erano troppo difficili
l’analisi
Il dipendente pubblico, nella credenza popolare, ha il volto e il cuore di Checco Zalone nel film “Quo vado?”. Attaccato al suo posto fisso come una cozza allo scoglio, non si danna troppo l’anima per apparire professionale o attento al ruolo che ricopre. Anzi: considera i privilegi di cui gode, come l’andare in ufficio passando da una parte all’altra della strada in bicicletta, una sorta di diritto divino.
Ovviamente la realtà non è un film. Ma la nomea del lavoratore scansafatiche e poco preparato l’impiegato pubblico fatica a togliersela di dosso. Ecco perché sorprende che un concorso per 15 posti in Comune bandito da Camaiore e Pietrasanta si riveli, nella sostanza, un insuccesso dovuto al fatto che quasi tutti i candidati si sono rivelati non all’altezza della prova. Con il risultato paradossale, secondo il sindacalista Cisl Massimo Petrucci, «che i Comuni hanno bisogno di personale e non lo trovano, mentre la gente che cerca lavoro resta a casa».
Il paradosso si spiega con una professionalità sempre più elevata, sicuramente più alta rispetto a prima, richiesta all’impiegato comunale medio. «Un tempo – afferma Francesca Martini, avvocata esperta in diritto amministrativo ed ex assessore al personale del Comune di Livorno nella giunta Cinque stelle – il personale di categoria C, che è quello ricercato dal bando in questione, era composto da figure come dattilografi e archivisti. Oggi si richiedono conoscenze sempre più importanti, soprattutto dal punto di vista informatico, e una preparazione complessiva superiore. Anche quando il profilo non è dirigenziale e il titolo di studio richiesto è il diploma». Un’impostazione contestata dal sindacalista Petrucci: «Mi chiedo che domande si possano fare agli aspiranti dirigenti, se quelle agli impiegati di categoria C sono così complicate».
La difficoltà delle domande è, secondo Petrucci, la prima responsabile di un simile... risultato disastroso. «Si richiede – dice l’esponente della Cisl – non solo di sapere a menadito il Testo unico degli enti locali, ma anche una conoscenza approfondita di una galassia di argomenti. In questo modo è impossibile affrontare le prove in maniera adeguata. Noi stessi alla Cisl abbiamo messo a punto un corso di preparazione, ma certi quesiti mettono in crisi anche noi».
I dubbi, però, sono anche altri. Intanto i problemi organizzativi di un concorso pubblico con migliaia di candidati, «a cui non siamo più abituati, e questo è un fatto» affermano sia Martini che Petrucci. E poi la preparazione complessiva dei candidati stessi. «Purtroppo – dice Francesca Martini – alcune materie e concetti per cui si viene interrogati ai concorsi non vengono più studiati neppure negli istituti superiori». Secondo Petrucci «è una riflessione che ci sta, ma non credo che così tante bocciature possano spiegarsi con un livello basso o scarso di chi si sottopone alle prove». Fatto sta che una giovane mamma, che ha partecipato alla prima prova, spiega al Tirreno: «I quesiti erano difficili, più che in altri concorsi. Ma può darsi benissimo che la mia preparazione non fosse adeguata». Viva la sincerità. —
Matteo Tuccini
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